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Avere nostalgia di un “partito cattolico” non è salutare, oggi. Ma richiedere un partito che sia fondato sulla “morale naturale”, certamente sì. La DC ha avuto un ruolo necessario ed utile nei primi anni post costituente. Anche perché molti dei suoi elementi avevano una solida formazione etica e sociale. Il tempo, il dare per scontato molte cose. Il sottovalutare il secolarismo liberalistico presente nel miraggio del “benessere”, la poca vigilanza personale dei suoi membri, ha fatto capitolare questa realtà politica italiana. Tuttavia un errore non piccolo in cui si potrebbe incorrere è quello di voler fare della “teologia politica”. Cioè voler attuare qui in terra, politicamente, il Regno di Dio, la Civitas Dei. Non è possibile e non è neanche giusto. Per più di un motivo. Anzitutto perché il Regno di Dio ha orizzonti ben più ampi di una risoluzione sociale attuabile qui sulla terra. Nella nostra condizione di pellegrinaggio e di persone ferite. Ogni eresia “sociale” massimalista ha cercato proprio di attuare queste dinamiche. Da quelle monarco-tradizionaliste a quelle socialistoidi come la “teologia della liberazione”. In entrambi i casi violenza all’incarnazione.

Questo era ben chiaro nei primi cristiani che, pur avendo rispetto delle istituzioni e vivendo in esse, erano e si sentivano cittadini del Cielo. Questo non li distraeva dall’essere buoni e presenti cittadini, nel loro tempo, anzi. Ma non “forzava – per così dire – la mano” sul voler attuare a tutti i costi le dinamiche del Regno sulla terra.  Per questo Ratzinger nel suo testo Fede, Ecumenismo e Politica parla del “compromesso” come anima della politica, contro ogni forma di massimalismo utopistico. Non come tensione al ribasso o come messa in discussione, ad esempio, dei principi non negoziabili e dei valori sociali che da essi derivano, ma come tensione continua nel voler attuare e realizzare tali principi nella polis. In tal senso la politica è “l’arte del compromesso”, cioè l’arte della tensione continua alla realizzazione autentica dell’uomo, alla sua trasfigurazione, secondo logica dell’incarnazione.

Pertanto non esistono politici cattolici ma piuttosto cattolici in politica che, con la loro testimonianza, la loro autenticità ed onestà morale, visibile a tutti, a cominciare, anzitutto, dal pensare e realizzare buone leggi nel Diritto e nella Morale Naturale, si adoperano per questa sana e continua tensione. Consapevoli del limite oggettivo del cammino di autocoscienza della polis in cui essi sono presenti. Coscienza ben formata vuole che davanti a leggi oggettivamente ingiuste essi si pongano in obiezione di coscienza e pagando fino in fondo, se necessario, senza cedere di un millimetro. Il compromesso dunque non è operativo, in una sorta di adattamento al ribasso morale, magari per il bene di evitare “tensioni”, ma piuttosto nell’evitare l’intenzionalità fondamentalistica del voler a tutti costi – magari con la prepotenza e con l’uso del potere – attuare il “programma” delle Beatitudini evangeliche in politica. Senza la semente della testimonianza, fino alla fine, con scelte chiare ed evidenti, non c’è fecondità politica. San Tommaso Moro docet.

Certamente bisogna tenere conto di due fattori. 1) oggi il linguaggio della “morale naturale” è misconosciuto per tanti fattori che non stiamo qui ad analizzare ma che partono da lontano e da deliri lontani che ci siamo costruiti e cercati. Quindi anche qui occorre un paziente lavoro maieutico che sia profetico e lungimirante. Solo chi forma continuamente la propria coscienza può fare politica. Solo chi si nutre nei fondamenti di morale e diritto naturale può produrre buone leggi. Solo chi studia e medita a fondo il Magistero sociale della Chiesa può proporre nella polis, con linguaggio nuovo, appetibile e d adeguato, la bellezza che esso infonde. In tal senso il politico è necessariamente prima un mistico. Un innamorato di Cristo che è chiamato da Cristo stesso a vivere questa vocazione; questa chiamata e questo dono di particolare servizio nel e per il bene comune. Non ci si chiama da sé. Si è scelti per. In questo bisogna essere realisti. Si va in politica per morire non per cambiare le cose, anzitutto. Questo rende il politico non un promotore, delirante ed ideologico, della “felicità assoluta” sulla terra, ma un seminatore generoso, pienamente laico.

2) In secondo luogo, da altra parte, il ruolo proprio della Chiesa non è quello di guidare la Polis ma di annunciare il Regno. Sarebbe grave e mancherebbe gravemente se la Chiesa riducesse il suo agire al di fuori della logica del Mistero Pasquale. E’ compito dei fedeli laici, nelle autonomie che sono loro proprie, quello di animare e rendere feconda la Polis secondo i preambula evangelii che sono i principi non negoziabili e i valori sociali che da essi derivano e, poi, con la proposta delle esigenze della morale evangelica. Questo non significa che c’è una doppia morale. Quella dei principi non negoziabili e quella del Vangelo. Ma che, appunto, la morale del Vangelo è innestata profondamente nella razionalità e nella natura profonda dell’umanità. Seme che Dio stesso ha voluto come “capax” necessaria perché il vangelo permei tutto il vissuto dell’uomo con gradualità e secondo logica dell’incarnazione. C’è un orientamento, un seme, un preambolo, appunto, che aiuta il Vangelo ad essere poi colto ed attuato, ove possibile. Gratia supponit naturam.

I tempi non sono pienamente maturi, probabilmente, ma è ora di pensare a pianificare una presenza di umanità responsabile e viva presente in politica. Le delusioni che si sperimentano nelle formazioni partitiche presenti accelerano questo processo. Il difetto grave delle realtà partitiche non è stato e non è solo la loro corruzione ma anzitutto l’avere mistificato – per altre ragioni legate al potere e al mercato – il significato stesso di “politica”. Hanno, talvolta, promesso quello che non possono mantenere, proponendosi ideologicamente come una religione e nel contempo facendo invece il favore dei pochi tiranni che tengono i fili. Piuttosto questa è la politica: mettere da parte le ragioni infime, come quelle del potere, del mercato, del poltronismo, per avere a cuore, realmente, il bene comune. Per paradosso potremmo dire che proprio l’accento continuo al poltronismo, alle logiche dei numeri, del potere e soprattutto del mercato, hanno fatto sì che le formazioni partitiche ora presenti facciano di tutto fuorché politica. E’ ora di aprire la finestra del bene e cambiare aria guardando e desiderando nuovi orizzonti.

Paul Freeman

 

Fonte: guidareferendum.it 

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