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Oggi, in nome della libertà di scelta, ritornano gli orrori mascherati da diritti che nel secolo scorso hanno causato la morte di centinaia di miglia di persone innocenti. Un vero e proprio olocausto che imbarazza. Nessuno vuole parlarne. E’ scomodo affermare che le proposte del politicamente corretto, in chiave di progresso civile, in realtà sono solo specchietti per le allodole. Le similitudini sono inquietanti. E’ opportuno richiamare alla memoria gli eventi tragici che hanno segnato la brutalità del regime nazista contro i portatori di handicap e i bambini gravemente malati: L’Aktion T4, era il programma eutanasico nazista di massa per gli invalidi fisici e psichici. Prevedeva la deportazione delle “vite non degne di essere vissute” in cinque campi di sterminio, e causò circa 200.000 morti. Hitler ne ordinò la sospensione fino alla fine della guerra a causa del clamore pubblico suscitato intorno all’intera operazione dalle omelie del Vescovo di Monaco, August Clemens Graf von Galen, che accusò pubblicamente il regime di aver iniziato lo sterminio sistematico di chiunque non fosse ritenuto “produttivo” (gli alleati diffusero le omelie paracadutandole sul fronte tedesco, perché i soldati sapessero quale destino sarebbe toccato a chi fosse tornato a casa invalido):

« Hai tu, o io, il diritto alla vita soltanto finché noi siamo produttivi, finché siamo ritenuti produttivi da altri? Se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo improduttivo possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti. Se si possono uccidere esseri improduttivi, allora guai agli invalidi, che nel processo produttivo hanno impegnato le loro forze, le loro ossa sane, le hanno sacrificate e perdute. Guai ai nostri soldati, che tornano in patria gravemente mutilati, invalidi. Nessuno è più sicuro della propria vita. » (Omelia del 3 agosto 1941).

Hitler giurò personalmente vendetta a von Galen, che non poteva toccare a causa della sua popolarità (Goebbels disse che se si fosse proceduto contro il Vescovo il Reich avrebbe perso l’intera Vestfalia). Von Galen, che il New York Times dichiarò “il più ostinato oppositore al programma nazionalsocialista anticristiano” e passato alla storia come “il Leone di Münster”, è stato beatificato da Benedetto XVI nel 2005.

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Prima ancora che fosse varato ufficialmente il piano di eutanasia la Direzione Sanitaria del Reich guidata da Leonardo Conti si mise in moto per eliminare i bambini giudicati fisicamente o psichicamente disabili. Venne creata la Commissione per le malattie genetiche ed ereditarie. La Commissione disponeva di una rete di 500 medici sparsi in tutta la Germania e l’Austria e organizzati in quei “consultori della morte” che erano i “Centri di consulenza per la protezione del patrimonio genetico e della razza”. Il 18 agosto 1939 Conti emanava un provvedimento segreto noto con la sigla IV-B 3088/39-1079 Mi. Grazie a questa disposizione i medici dei “Centri di consulenza” dovevano essere obbligatoriamente informati dagli ospedali e dalle levatrici della nascita di bambini deformi o affetti da gravi malattie fisiche o psichiche. Una volta informati i medici convocavano i genitori e illustravano loro i grandi progressi della medicina tedesca. Ai genitori veniva detto che erano stati creati centri specializzati per la cura delle malattie dei loro figli. Veniva sottolineata la possibilità di decessi visto il carattere sperimentale delle cure ma si invitavano i genitori ad autorizzare immediatamente il ricovero anche in presenza di speranze di guarigione ridotte.

Ottenuto il consenso i bambini venivano ricoverati in cinque centri: Brandenburg, Steinhof, Eglfing, Kalmenhof e Eichberg. Qui giunti i bambini venivano uccisi con una iniezione di scopolamina o lasciati progressivamente morire di fame. Al processo il dottor Pfannmüller direttore del centro di Eglfing descrisse in questo modo il processo di eliminazione: “Nel mio Istituto veniva utilizzato il Luminal. Un bambino fortemente idrocefalo, con una ridotta capacità di vita può essere addormentato con una dose di Luminal inferiore alla dose massima (…) Nell’arco di alcuni giorni il bambino dorme molto tranquillamente e non muore per avvelenamento: su questo insisto, anche se ho già avuto modo di dirlo. Il bambino muore per il sopravvenire di un ristagno polmonare e quindi per complicazioni cardiache e polmonari: di questo muore”.

Una volta deceduti i bambini venivano sezionati, ai medici interessava soprattutto studiarne il cervello. Ad Eichberg ad esempio ad effettuare le dissezioni cerebrali era il dottor Walter Eugen Schmidt e, successivamente, i cervelli venivano inviati all’Istituto di Heidelberg dal professor Carl Schneider. Tuttavia non venivano uccisi soltanto neonati o bambini di pochi anni. Gli istituti si occupavano dei bambini ebrei che, sani o malati, venivano immediatamente uccisi e dei bambini tedeschi disadattati. Nel processo di Francoforte del 1947 la signora Rettig testimoniò sull’eliminazione del figlio tredicenne che era scappato di casa ed era stato trovato dalla polizia. Il ragazzo era stato ricoverato a Idstein e la madre informata che si trovava nell’Istituto per ricevere tutte le cure appropriate. Dopo poche settimane in una lettera ufficiale venne informata che suo figlio era morto. Tra i vestiti che le vennero restituiti la signora Rettig ritrovò un bigliettino del figlio che diceva:
“Cara mamma! Se ne sono andati e mi hanno lasciato rinchiuso. Cara mamma io non resisto otto giorni qui con questa gente: io me ne vado, io qui non ci resto. Vieni a prendermi. Anche la mia valigia è rotta, è caduta. Cara mamma, fa qualcosa affinché la mia richiesta sia esaudita”...

LE ANALOGIE CON LE LEGGI LIBERTICIDE IN EUROPA: Come racconta lo storico tedesco Götz Aly nel libro “Die Belasteten”, il fardello, l’eutanasia nazista presenta molti caratteri in comune con quella odierna. I disabili furono messi a morte nella maggioranza dei casi con il consenso delle famiglie. Aly descrive come le famiglie siano state in grado di “sbarazzarsi della cattiva coscienza” e convincersi che la vittima “dormiva pacificamente”. La sola resistenza, anche oggi, venne dal clero cattolico e da quanti con la ragione cercano di sostenere l’uomo nella sua dimensione naturale.

Uno studio pubblicato sul Lancet da Veerle Provoost, ricercatrice dell’Università di Gand, rivela che il cinquanta per cento di 298 bambini colpiti da malattie gravissime e deceduti in Belgio entro il primo anno di vita sono stati “aiutati o lasciati morire”. Lo studio di Provoost calcola che per 150 bambini è risultato che la morte è dovuta a una decisione “di mettere fine alla vita” del piccolo paziente, adottata mediante la sospensione del trattamento capace di prolungarne l’esistenza, la somministrazione di oppiacei e utilizzando prodotti tesi esplicitamente a provocare la morte del bambino. In cinque delle sette unità pediatriche del paese, negli ultimi tre anni, i casi di eutanasia infantile sono stati oltre ottanta. “Nell’84 per cento dei casi, la decisione di porre fine alla vita è stata presa dopo consulto con i genitori”, ha rivelato Provoost.

“Gran parte dei bambini non avevano possibilità di sopravvivere o poca speranza di avere una qualità della vita accettabile”. Esplicito è il riferimento a malattie non terminali ma invalidanti. Lo scorso novembre al Parlamento europeo il professor Etienne Vermeersch, il padre delle leggi sull’aborto e l’eutanasia in Belgio, teorico che ha proposto anche l’abolizione del giuramento di Ippocrate, spiegò che la modifica alla legge in vigore dal 2002 è necessaria “per consentire di praticare l’eutanasia sugli handicappati”.

E’ ormai quasi illeggibile per la polvere la targa commemorativa di fronte al numero quattro di Tiergartenstrasse. C’è scritto: “Le loro vite erano state definite ‘indegne di essere vissute’”. E’ quello che è sta succedendo settant’anni dopo nella civilissima e progredita Europa.

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