11Siria inizio incerto per i negoziati di pace a Ginevra

Riparte in salita il cammino negoziale per la pace in Siria. Il secondo round dei colloqui riprenderà oggi, dopo l’interruzione del mese scorso, e proseguirà - annuncia l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Staffan De Mistura - al massimo fino al 24 marzo. La transizione politica del Paese inizierà solo dopo che Bashar Assad lascerà la presidenza, in presenza dell'attuale regime è impossibile, afferma convinto Mohammad Alloush  capo della delegazione dell'opposizione siriana filo-saudita: “il periodo di transizione in Siria può cominciare solo con le dimissioni o la morte del presidente Bashar Assad”, ha detto Alloush a Ginevra, dove è giunto per partecipare ai colloqui indiretti di pace tra le parti siriane in conflitto.

Sull’argomento frena il ministro degli Esteri siriano, Walid al Muallem: “Non parleremo con nessuno che voglia mettere in discussione la presidenza", e aggiunge: "Assad resta per noi una linea rossa”. Assenti al tavolo negoziale i curdo-siriani, la cui presenza era stata fortemente caldeggiata dalla Russia. L’inviato dell'Onu, de Mistura, ribadisce che i  curdi costituiscono una componente importante per la Siria e afferma in un’intervista che occorrerà trovare una formula che permetta loro di esprimersi sulla costituzione e sulla forma del prossimo governo siriano (a tal proposito, non si capisce come mai De Mistura non ha invitato al tavolo delle trattative i curdi-siriani. Una risposta c’è: perché sono i più agguerriti nemici di Erdogan, il quale continua indisturbato a decimarli con azioni militari che guarda caso non sono mai riportate dai media occidentali). Sul terreno, mentre la tregua regge solo parzialmente, le truppe siriane, sostenute dall’aviazione, si avvicinano a Palmira. Secondo fonti locali, il governo sarebbe pronto a riconquistare l’antica città archeologica, occupata e parzialmente distrutta dal sedicente Stato islamico lo scorso maggio. Mentre nella provincia nord-occidentale di Idlib, al Nusra, il braccio armato di al Qaeda in Siria, avrebbe strappato basi e armi ai ribelli filo-occidentali nel corso di violenti scontri scoppiati nella notte. I militanti del fronte al Nusra avrebbero anche preso in ostaggio 40 combattenti della formazione armata che agisce sotto l’egida dell’esercito libero siriano e ha ricevuto in passato aiuti e armi dai Paesi occidentali.

Mosca guarda alla Siria come al suo principale alleato regionale e ha bloccato tutti i tentativi internazionali d’intensificare la pressione su Damasco. Vladimir Putin ha spiegato che solo una soluzione negoziata del conflitto può porre termine alla guerra civile. E ha anche avvertito che gli sforzi volti a deporre al-Asad potrebbero far scivolare il paese in una spirale di violenza ancora più grave. La Russia ha posto il veto alla risoluzione dell’Onu che avrebbe potuto aprire la strada a un intervento internazionale in Siria e ha invocato il rilancio del piano di pace di Ginevra, che chiede la creazione di un governo transitorio in grado di mantenere la stabilità del regime fino alla prossima tornata elettorale e consentire di redigere una nuova costituzione. Nonostante nel piano di pace non sia stato stabilito esplicitamente, nei fatti al-Asad dovrebbe rimanere al suo posto. I contorni geopolitici delineati all’indomani delle primavere arabe, hanno causato più danni che venti di libertà e democrazia. La prova più evidente è la scandalosa lezione che la Nato ha ricevuto in Libia per aver interferito militarmente in un paese non ancora pronto a essere «liberato». Difatti, per quanto risulti incredibile, la Libia di oggi è assai meno prospera e sicura di quanto non fosse sotto il dominio di Gheddafi. Sembra che Europa, Stati Uniti e alleati,  incapaci di resistere al bisogno impellente di «liberare» la Libia dal dittatore, abbiano dimenticato di verificare se vi fosse una valida alternativa: un leader capace di guidare l’intera nazione verso una nuova Libia libera. Oggi, secondo molti media, la Libia è un nuovo Afghanistan.

“L’obiettivo, - commenta Alessandro Aramu-,  per la Casa Bianca, sulla Siria, è l’uscita di scena del presidente Bashar Al Assad, in quella sorta di continuazione di Primavera Araba che il presidente Usa vorrebbe applicare ossessivamente anche in (quella regione, ndr). Il metodo è collaudato: prima bisogna abbattere il dittatore di turno e, successivamente, trovare qualcuno che possa sostituirlo. Dunque, c’è solo una soluzione per evitare che il paese arabo tracolli definitivamente: sostenere un presidente che combatte realmente il terrorismo (e non è un caso che il maggior numero dei morti in Siria non sia rappresentato dai civili ma dagli uomini dell’esercito regolare e dalle forze che lo supportano) e, nel contempo, rafforzare l’azione militare di quei paesi che combattono seriamente i gruppi jihadisti, che non si esauriscono certamente con l’IS. Che piaccia o meno ai governi e agli osservatori occidentali, l’indebolimento degli uomini del Califfato, che stanno perdendo terreno ovunque, è arrivato con l’ingresso in campo della Russia di Putin (…)”. I bombardamenti dell’aviazione di Mosca sono efficaci perchè prendono di mira le postazioni dei terroristi e i loro interessi, come il traffico del petrolio verso la Turchia. Sono efficaci perchè colpiscono dove gli altri non hanno avuto coraggio di arrivare, nell’ipocrita convinzione che la maggior parte dei combattenti anti Assad fosse moderata e laica.

“Se dovesse cadere Assad, questi gruppi sarebbero legittimati ad avere un ruolo nel futuro del paese. Sarebbe una disgrazia per tutti, musulmani e non (…). Questo vale anche per il governo Renzi e, in particolare, per il ministro degli Affari esteri Gentiloni che sembra il portabanidera di istanze altrui. L’Italia, invece, potrebbe giocare un ruolo decisivo in questa partita. Il legame tra i due paesi è sempre stato forte e Roma è stata vista da Damasco come un interlocutore autorevole e indipendente. Quei tempi, purtroppo, sono passati e l’Italia conta ben poco nella regione (…).La teoria della democrazia da esportare  -conclude Aramu-, buona per tutte le stagioni, ha dunque riproposto il solito tema dei brogli e della violenza esercitata nei seggi pur di costringere i siriani a sostenere il “dittatore”. Si è applicato in Siria ciò che non si è voluto vedere in Turchia, dove Erdogan ha effettivamente truccato il voto esercitando a tutti livelli la violenza nei confronti dei suoi oppositori e degli elettori. Nessuno dei suoi alleati, però, ha avuto qualcosa da ridire. E’ evidente che non si vuole esportare la democrazia ma solo una guerra per procura che ha la testa altrove e il sangue in Siria”.

Don Salvatore Lazzara

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