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Le contraddizioni sociali e politiche in Turchia sono tantissime. Dopo le dichiarazioni da parte di Erdogan, di “entrare al più presto nell’UE”, e di “avere più finanziamenti per gestire l’emergenza profughi”, appaiano in netta antitesi con il cammino richiesto per aderire all’Unione. Ankara colpevolizza gli Europei, accusati di “ritardare” la candidatura della Turchia e di rimanere un “club cristiano”, “rifiutando un paese islamico”, mentre la Turchia stessa occupa Cipro, membro dell'UE; trascura i criteri del 1987 e appartiene al più impressionante “club geopolitico musulmano” del mondo: l'Organizzazione della Conferenza islamica, assieme agli Stati islamo-totalitari che perseguitano le minoranze religiose, le donne e i difensori della laicità. Inoltre, aderendo all'OCI, la Turchia prova di non condividere i valori europei, perchè Ankara ha firmato la Carta islamica dei diritti dell'Uomo della stessa organizzazione che prevede la limitazione della libertà d'espressione, la pena di morte per i blasfematori, la condanna alla stessa pena per i musulmani convertiti ad un'altra religione e la superiorità delle leggi coraniche su quelle civili.

Un altro fattore non trascurabile che interessa il tessuto sociale della Turchia, è il triste fenomeno delle “spose bambine”.   Su questo argomento, ancora la comunità internazionale, non ha fatto molto, anzi si è espressa in maniera ambigua e melliflua. Quella dei matrimoni precoci e combinati è una delle piaghe più difficili da sanare nella società turca, perché in molti casi sfocia nel delitto d’onore, ossia l’omicidio della sposa nel caso in cui qualcosa vada storto. Negli ultimi tre anni le spose in Turchia sotto i 16 anni sono state 181mila. Solo nel 2012, 20mila famiglie hanno portato all’anagrafe i documenti per accasare le loro figlie minorenni. Alle spose bambine viene in pratica vietato di scegliere come vivere. Molte di loro abbandonano la scuola dopo il primo ciclo di studi. “Il 97% degli abbandoni scolastici – spiega Nuriye Kadar, avvocato specializzato in tutela dei diritti umani– è rappresentato a da donne”. Un destino crudele, che spesso sfocia nel tragico. Le giovani sono molto frequentemente vittime di abusi fisici e psicologici da parte delle loro famiglie. Per loro accettare il volere dei genitori è una scelta che non ha alternative. “Il matrimonio contratto con la forza andrebbe punito con la legge – spiega Mustafa Ruhan Erdem, professore di diritto -; in Turchia il matrimonio fra minori non è nemmeno identificato come reato da perseguire”.

Il matrimoni con bambine,  è un fenomeno molto diffuso in Yemen. Nel Paese più povero e conservatore del mondo arabo, scegliere il proprio sposo è un privilegio riservato a pochissime donne. Secondo uno studio della Commissione europea oltre il 15% dei matrimoni sono celebrati con fanciulle sotto i 15 anni. Ma nelle regioni più povere, come Houdeida, si arriva al 47 per cento. Sono fanciulle di 14, 12, 10 anni. Nei casi più estremi di otto. Molte di loro si rassegnano a una vita di privazioni e violenze. Alcune, disperate, si tolgono la vita. In poche riescono a ribellarsi, a fuggire, lontano dal villaggio, e nei casi più fortunati, a ottenere il divorzio. Qualcosa di incoraggiante, tuttavia, sta accadendo. Nella società yemenita sta facendo sentire la sua voce una fetta della popolazione contraria a questa pratica. Hooria Mashhour è il ministro dei Diritti umani, da anni si batte per far approvare una legge che fissi un'età minima per il matrimonio: “Abbiamo proposto di fissare l'età minima a 18 anni – precisa –. Ma c'è stato un confronto in aula e hanno chiesto di abbassarla a 17. Nessun problema, se vogliono possono portarla anche a 16 anni”. Eppure ancora molti yemeniti, tra cui numerose donne, sono contrari. È una legge anti-islamica, protestano, appellandosi a imam che predicano una rigida versione del Corano. Come Abdelmalik al-Taji, professore di Giurisprudenza islamica all'Università al-Eman di Sana'a. Affabile, ma tagliente, al-Taji precisa: “Dire che la gente in Yemen sacrifica le proprie figlie per denaro è falso. Perché siamo in una società musulmana e il padre ha molta cura delle proprie figlie. Per questo l'Islam ha previsto un tutore. Per evitarle ogni danno, sia prima sia dopo il matrimonio”. Al-Taj risponde anche alla domanda più scomoda: “Se una fanciulla ha 12, 11, 10 anni e il suo corpo è giunto a maturazione ed è pronto per il matrimonio, allora la Sharia non ha nulla in contrario”. Davvero incredibile! Quando si affermano tali principi, allora ci si accorge quanto cammino è necessario compiere nel campo dei diritti umani e della tutela dei minori.

Nei villaggi di pietra abbarbicati sulle montagne non è infrequente avere 20 anni con già cinque figli da allevare. Ma accade anche nelle città. La famiglia di Sadaa e Jamila vive in un quartiere periferico della capitale Sana'a. La casa in cui sono tornate a vivere con i genitori è un tugurio umido e buio. Jamila ha oggi 15 anni. È timida. Imprigionato nel niqab, il corpo ha imparato a comunicare col mondo attraverso gli occhi. La sua voce sono gli occhi. Lo sono la paura, i sorrisi, la rabbia e la delusione. Lo Yemen è un Paese distante. “Mio padre – racconta – prese in prestito 100 dollari da un uomo, con cui poi ebbe dei problemi. Arrivò un signore, si chiamava Ibrahim. Offrì di pagare il debito come prezzo del matrimonio. Mi sono rifiutata. Ma mio padre, essendo malato, accettò”. Il padre non sembra domandarsi se sia giusto o no aver dato in sposa una bambina di 12 anni, come la sua Jamila: “È il destino – esclama –. La gente sposa fanciulle come loro, nessuno si lamenta, e loro vivono una vita felice”. Ma, al pari della sorella Sadaa, la breve vita coniugale di Jamila è stata un incubo. “L'uomo mi picchiava, mi insultava, mi minacciava con un coltello. Sono scappata dai vicini. Poi sono andata in tribunale e ho ottenuto il divorzio”. Storie di ordinaria follia, che non possono passare inosservate. E’ giunto il tempo di intervenire, facendo sentire forte la voce della giustizia e della verità nei confronti degli indifesi.

Molti osservatori poco attenti alla questione, addossano la responsabilità “solo” alla religione . Ma non è così. La causa principale dei matrimoni con i bambini  è la povertà. Per Ahmed al-Qurashi, direttore di Seyaj, Ong a protezione dell'infanzia, c'è di più: “Il turismo sessuale dai Paesi del Golfo è innegabile. Ma anche la società yemenita contribuisce al problema perché ritiene vergognoso violare le tradizioni. È considerato uno scandalo per la famiglia. Si preferisce mantenere il silenzio”. Diversi decessi sono così tenuti nascosti, classificati come emorragie o problemi legati al parto. “Da 3-4 anni si è iniziato a denunciare i decessi – spiega Jamala direttrice di una Ong che offre tutela legale alle spose bambine –. Nel 2013 sono stati denunciati 5 casi di morte”. Indagare è difficile, la società è una cortina impenetrabile. Anche negli ospedali di Sanaa sono frequenti i casi di spose bambine traumatizzate. Salwa Al-Ghomairi, ginecologa all'al-Sabeen, racconta di una fanciulla di 14 anni portata dopo la prima notte di nozze. “Aveva una grave emorragia, era scioccata. Morì”. Salwa non vuole sentire ragioni: “Si parla di rapporto sessuale precoce se la donna è d'accordo. Se è consapevole, se si prepara all'atto. Ciò che accade durante i matrimoni in Yemen è diverso. Non si chiama sesso, si chiama stupro!”.

L’intervento della comunità internazionale è molto limitato. Le azioni contro il matrimonio delle bambine, devono essere tradotte nel concreto delle leggi, e nelle organizzazioni che operano nei paesi di influenza islamica. Dalla Dichiarazione di Ginevra dei Diritti del fanciullo (1924) alla Convenzione internazionale sui diritti dell’Infanzia, passando per la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (1979), poco è cambiato: gli obblighi etici assunti da Stati nei confronti dell’infanzia non hanno valore giuridico vincolante, nelle nazioni interessate. E’ necessario farcomprendere che il minore non è in grado di accettare le implicazioni dell’unione coniugale e tanto meno di decidere se, quando e con chi sposarsi. Il relativismo culturale non può tollerare, né giustificare pratiche aberranti che assecondano tendenze pedofile, diritti di proprietà sugli esseri umani ed equivalgono a reati come plagio, ratto, vendita, riduzione in schiavitù, stupro di minori. Tutte le bambine devono poter esercitare gli stessi diritti e fruire di eguali opportunità di scelta a prescindere da status, famiglia e luogo d’origine, per quanto è possibile nel contesto in cui si trovano.

Don Salvatore Lazzara

 

L'articolo potete trovarlo anche su: farodiroma.it

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