Storia

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"Mio nonno si chiamava Egisto Sabatini e morì nella furiosa battaglia che si svolse nel Giugno 1917 sul Monte Ortigara. Di lui rimangono solo una piastrina di riconoscimento con il nome, una medaglia di bronzo attaccata a un nastrino con i colori della patria e una piccola foto in divisa militare, dove appare un bell'uomo con gli occhi buoni e onesti delle persone semplici, vicino ad altri commilitoni morti durante la Grande Guerra. Di lui so poco. Mia nonna piangeva se parlava del marito. Fu lasciata vedova a soli 26 anni, con due gemellini di tre: mio zio e mia mamma. Vendette alcuni campi che possedeva e s'improvvisò lavandaia per crescere i suoi figli. A entrambi assicurò un avvenire: sarta mia madre e finanziere mio zio. Soprattutto, inculcò loro un grande valore di onestà che mi è stato trasmesso e di cui sono fiera.

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"Imperocché Colombo svelò l’America, mentre una grave procella veniva addensandosi sulla Chiesa: sicché per quanto è lecito a mente umana di congetturar dagli eventi le vie misteriose della Provvidenza, l’opera di quest’uomo ornamento della Liguria, sembra fosse particolarmente ordinata da Dio, a ristoro dei danni, che la santa fede avrebbe poco stante patito in Europa" (Leone XIII, 16 luglio 1892). Il 12 ottobre 1492, il navigatore genovese Cristoforo Colombo approdava con le sue tre caravelle (La Niña, La Pinta e la Santa Maria) nell’isola di San Salvador (Bahamas), a quel tempo chiamata Guanahanì dalle popolazioni locali. Colombo pensava di aver raggiunto le Indie, era invece arrivato in America centrale. Da allora quel giorno viene celebrato come il giorno della “scoperta dell’America”, anche se ovviamente la scoperta era degli europei: quelle terre erano infatti abitate già da millenni da popoli indigeni, il cui futuro e la stessa esistenza cambiò da quella data in poi. Era solo l’inizio di un cambio epocale nella storia dell’umanità. Senza quella data, l’assetto mondiale di stati e popolazioni che oggi conosciamo, almeno nel continente americano, sarebbe del tutto diverso.

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"Non è facile capire il suo immenso sforzo, giorno dopo giorno, per anni. Sforzo - mentre lavorava arditamente a sistemare tutta l'eredità teologica, pastorale e liturgica del Concilio di Trento - quotidiano di trovare le galee, di trovare gli uomini, di trovare i rematori, di trovare il legno, le funi, le vele, il cibo e, soprattutto, i soldi. San Pio V, scrisse decine di lettere ai principi, si impose, anche con la forza del carattere, con gli ambasciatori, urlò spesso con i cardinali. Ma sempre piegandosi dinanzi all'altare della Madonna del Rosario. Ma lo sforzo più grande fu prima convincere El Rey Filippo II, quindi decidere il capo della grande flotta, infine, sopratuttto, riuscire a mettere tutti d'accordo dando un'anima invincibilmente unica a chi si odiava, a chi diffidava l'uno dell'altro, a chi ogni tanto impiccava qualche ufficiale dell'altro, a chi faceva questoni di etichetta militare, a chi se ne voleva andare, a chi pensava solo e sempre ai propri interessi. Solo lui poteva mettere insieme, per mesi, Spagna, Venezia, Genova, Roma, Napoli e Palermo, Torino, Urbino, fino a Malta. Solo Parigi, come sempre, si sfilò. Ottantamila uomini, 200 galee, principi, nobili e grandi condottieri che si odiavano: ma tutti si inchinarono a questo vecchio inquisitore e penitente, devoto del Santo Rosario. E, così facendo, distrussero la più grande flotta mai messa in mare nella storia, dando il primo colpo mortale al grande epico nemico della Cristianità. Il suo immenso sforzo fu coronato da un immenso trionfo. Non sfruttato a dovere, ma non per colpa sua. Oggi più che mai tutto questo va ricordato. Perché queste cose sono realmente accadute. Ed è anche per questo che siamo ancora, finora, quello che siamo" (cit). 

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In memoria dei caduti "mai più odio, mai più violenza e guerra!". Il 7 ottobre 1943, a seguito di ordine di disarmo firmato da Rodolfo Graziani (Ministro della difesa della repubblichina fascista) l’Obersturmbannfuhrer colonnello Kappler, il boia di via Tasso, procedeva al rastrellamento e alla deportazione verso i campi di prigionia di oltre 2000 Carabinieri di Roma, prologo alla più nota deportazione di oltre 1000 ebrei avvenuta nove giorni dopo. Svuotate le caserme a Roma (le funzioni di polizia passarono di competenza alla P.A.I.(Polizia dell’Africa Italiana), nel corso dei mesi successivi, intensa proseguì l’azione di smantellamento al nord quando, a seguito dei provvedimenti dell’autorità fascista di Salò, l’Arma fu di fatto sciolta e fatta confluire nella costituenda G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana) con gli ordini del 24 novembre e 8 dicembre 1943 (istituzione e organizzazione), a conferma dell’odio alimentato a seguito dell’arresto di Mussolini e della campagna discriminatoria effettuata dai fascisti che strumentalizzarono l’uccisione di Ettore Muti.

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Come tanti giovani del tempo, Salvo si era arruolato nei Carabinieri nel 1939. L'anno successivo, aggregato alla 608a Sezione dell'Aeronautica, era stato trasferito in Africa settentrionale. Era tornato in Italia, nel 1942, per seguire un corso per sottufficiali a Firenze. L'8 settembre 1943 lo colse a Roma, dove con il grado di vicebrigadiere, fu assegnato alla caserma dei carabinieri di Torre in Pietra. In quella località, la sera del 22 settembre, un'esplosione, avvenuta in una vicina caserma abbandonata dalle Guardia di Finanza, uccise due militari tedeschi e ne ferì alcuni altri che vi si erano acquartierati. Alcune bombe a mano, dimenticate dalle "Fiamme gialle" in una cassa, erano esplose quando i tedeschi vi si erano messi a curiosare. Fu il pretesto per organizzare un rastrellamento e il mattino i tedeschi si presentarono alla Stazione dei carabinieri trascinandovi 22 civili, fermati casualmente nei dintorni: per dare una sembianza di legalità a quello che si proponevano di fare, chiesero la presenza del comandante della Stazione. Il maresciallo non c'era e il vice brigadiere D'Acquisto fu costretto a seguire i tedeschi con i loro prigionieri sino a Palidoro. Dopo un sommario interrogatorio, durante il quale ciascuno professò la propria estraneità al fatto, l'ufficiale che comandava il drappello tedesco ordinò che a tutti i 22 civili fosse data una pala perché si scavassero la fossa. La mattina seguente, D'Acquisto, assunte alcune informazioni, provò a ribattere che l'accaduto era da considerarsi un caso fortuito, un incidente privo di autori, ma le SS insistettero sulla loro versione e richiesero la rappresaglia, ai sensi di un'ordinanza emanata dal feldmaresciallo Kesselring pochi giorni prima.

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