Islam

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A parti invertite avremmo visto folle di fantomatici sotto ogni ambasciata, con tanto di tumulti e qualche bel tentativo di linciaggio, che non ci sta mai male. Suscita invece giusto qualche asettico trafiletto in cronaca locale la notizia dei tre nordafricani arrestati a Sarzana, in provincia di La Spezia, che avevano l'abitudine di utilizzare la Bibbia come carta igienica (...). Il raccapricciante dettaglio è contenuto nel verbale d'arresto che i carabinieri hanno firmato lunedì sera per fermare i tre. Scrivono i militari: "al fine di valutare la personalità dei tre soggetti consta segnalare come gli stessi utilizzassero pagine della Bibbia come carta igenica durante i loro bisogni corporali". Le prove della bestiale abitudine sono state ritrovate in un casolare abbandonato, utilizzato dai tre come base logistica per le loro attività criminali, assieme a un cristallo di cocaina da 25 grammi, altre tre dosi di stupefacente già confezionate e tredici telefoni cellulari di varie marche (...). Al di là del caso di cronaca, tuttavia, l'episodio è emblematico e allarmante, anche perchè testimonia quale sia la cultura dominante in certi ambienti dell'immigrazione, anche in quelli che sembrerebbero apparentemente lontani dal fondamentalismo religioso (...).

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Dopo la morte di Maometto nel 632, gli eserciti islamici sbaragliarono rapidamente prima l'impero persiano nel 637, poi logorarono l'impero bizantino con la conquista di Siria e Palestina (633-640), Egitto (639-646), Gerusalemme (638). La conquista dell'Africa del Nord avvenne dal 647 al 763. Nel 711 iniziò l'occupazione della Spagna protrattasi per ben otto secoli fino al 1492. Nel 718 gli islamici si spinsero in Francia occupando Narbona, Tolosa (721), Nimes e Carcassonne (725), prima di essere fermati a Poitiers (732). In Italia i primi attacchi islamici alla Sicilia iniziarono nel 652 e il controllo stabile sulla Sicilia è durato fino al 1061, mentre solo nel 1190 finisce la presenza islamica nell'isola. Le incursioni islamiche raggiunsero la Sardegna, Amalfi, Gaeta, Napoli e Salerno, il Monferrato, la Riviera Ligure. Nell'813 gli islamici distrussero l'odierna Civitavecchia, avanzarono verso Roma e saccheggiarono la Basilica di San Pietro e la Basilica di San Paolo per due volte (la seconda nell'864). A Bari fondarono un Emirato islamico durato 25 anni a partire dall'847. La Storia ci dice che dalla morte di Maometto nel 632 fino a quando i cristiani cominciarono a reagire organizzando le Crociate a partire dal 1.096, ovvero 464 anni, gli islamici avevano già occupato con le guerre e una lunga scia di sangue le sponde orientale e meridionale del Mediterraneo, la Spagna, la Sicilia e avevano per due volte saccheggiato la Basilica di San Pietro a Roma. Cosa insegna il Corano? Quali sono i punti fondamentali su cui si poggia la fede dei seguaci di Maometto? I pilasti dell’Islam sono 5:

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Il rispetto doveroso verso ciascuna persona a prescindere dalla confessione religiosa e l’attenzione – non meno doverosa – a non generalizzare l’estremismo dissennato come proprio di chiunque professi la fede mussulmana non debbono condurre a una sottovalutazione delle difficoltà – oggettive – che l’Islam, non da oggi, incontra in percorsi di riforma ostacolati o perfino platealmente controbilanciati dall’insorgere o dal permanere di ramificazioni terroristiche. Allo stesso modo non pare corretto, pur rigettando giudizi inappellabili e forzatamente generali, insistere col proporre poche parole del Corano come prova inconfutabile della sua natura filantropica. E’ il caso, per esempio, della Sura 5 versetto 32: «Chi uccide una persona è come se avesse ucciso l’intera umanità, e chi salva la vita di una persona è come se avesse salvato tutta l’umanità».

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In seguito ai gravissimi scontri in Iraq, Siria ed alcuni Stati dell’Africa è tornato d’attualità il dibattito sul terrorismo islamico, la sua natura, le sue origini e, più in generale, sulle più efficaci misure di contrasto a questo fenomeno, appare contrassegnato, come ciascuno può constatare, da un paradosso curioso anche se, a ben vedere, già tipico di molte controversie moderne. Alludiamo al fatto che il tentativo di giungere a prospettive e soluzioni condivise, nonostante la mole di risorse investite, sia a livello istituzionale che accademico, viene puntualmente vanificato dal riemergere di divisioni; come se l’impegno profuso fosse stato inutile e le divergenze di vedute fossero – come qualcuno, palesando rassegnazione, sostiene – insanabili e destinate ad accentuarsi. Anche perché, come vedremo meglio più avanti, uno degli aspetti che complicano maggiormente la possibilità di fronteggiare con efficacia il terrorismo islamico, deriva dal mancato accordo, soprattutto nel mondo politico, circa l’identità degli attori legittimati a potersi confrontare sulla questione: c’è chi sottolinea, se non la totale impossibilità, la fortissima difficoltà, per l’Occidente, di dialogare fecondamente col mondo islamico, sposando in buona sostanza la tesi d’una contrapposizione storicamente permanente [1], mentre altri, pur senza sottovalutare la complessità e le implicazioni derivanti da un confronto con una realtà confessionale variegata come quella musulmana, denunciano la regia mediatica di un clima volutamente ostile al mondo musulmano[2] e manifestano, sia pure cautamente, atteggiamenti possibilisti [3], consapevoli del fatto che, a differenza di altre confessioni, l’Islam oggi più che mai «manifesta una forza enorme» [4], aspetto che accresce la difficoltà, specie un mondo secolarizzato, di rendersi interlocutore competente.

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Il 13 agosto il New York Times ha pubblicato uno straordinario reportage di Rukmini Callimachi sulla «teologia dello stupro» del califfato islamico dell'Isis. La reporter ha trascorso diversi mesi, in circostanze avventurose, in Iraq e in Siria e riferisce della complessa burocrazia con cui lo Stato islamico gestisce, come avveniva secoli fa, il mercato delle schiave. La Callimachi descrive mercati dove cinquecento o anche mille donne sono esaminate dai potenziali compratori e poi vendute all'asta. L'organizzazione è molto articolata, con decine di mercati delle schiave, e sistemi gestiti dallo Stato Islamico di «deposito» e di trasporto, come se si trattasse di una comune merce.

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