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I down danesi non stanno venendo sterminati per debellare una malattia (anche perché, sono quasi sempre figli di persone sane): stanno venendo abortiti per rimuovere  dalla società una categoria di persone quasi sicuramente “improduttive”, e “non degne” di vivere. Perché non sono come gli altri, e la loro sofferenza li porta alla “sofferenza”, quindi è meglio aiutarli a “morire”. Il dibattito avviato in Danimarca sull’eutanasia ai bambini portatori di handicap, segna l’annientamento definitivo dei valori legati alla vita. Ogni esistenza umana è sacra e inviolabile. A questo punto, ricalcando l’esperienza “civile” dei paesi “progrediti” come la Danimarca,  ai promotori dell’eutanasia di Stato non resta che un ultimo argomento: l’autodeterminazione assoluta dell’individuo. Legalizzare l’eutanasia – si dice – non costringe nessuno a ricorrervi, ma lascia semplicemente libero ciascuno di scegliere diversamente da quanto avviene ora con una morale cattolica imposta per legge che vuole infliggere ai malati penose e inumane sofferenze. Anche questa tesi, tanto per cambiare, è del tutto priva di fondamento. Iniziando dalla crudeltà cattolica e dal presunto “dovere di vivere”, si sottolinea come nessuno abbia mai affermato argomenti del genere, anzi: il Catechismo stesso condanna l’accanimento terapeutico (CCC, 2278) e che già quel cattivone di papa Pacelli (Pio XII), nel lontano 1957, precisava che se «la somministrazione dei narcotici cagiona per se stessa due effetti distinti, da un lato l’alleviamento dei dolori, dall’altro l’abbreviamento della vita» essa è da ritenersi «lecita».

Quanto al supposto legame fra autodeterminazione e desiderio di morire, va osservato come questo sia qualcosa di più astratto che reale. Infatti in letteratura vi sono molte evidenze – come la significativa diffusione della depressione fra i malati di cancro (European Journal of Cancer Care, 1998) o l’accertato legame fra presenza di sintomi depressivi e disperazione e richiesta di morire (Journal of the Royal Society of Medicine, 2002) – alla luce delle quali diviene difficile associare la richiesta di morire ad un gesto di libertà anziché ad una pretesa di maggiore assistenza non tanto e non solo terapeutica, ma soprattutto umana.

Chiara Lalli è una figura emergente nel dibattito sui problemi della bioetica in Italia. Il suo blog è uno dei più consultati dai giornalisti. I suoi libri, che in genere pretendono di presentare tesi “controverse”, vengono recensiti con entusiasmo dai principali quotidiani nazionali (è il caso del Corriere della Sera con “La verità, vi prego, sull’aborto.” dove, con molta approssimazione scientifica si sostiene l’innocuità dell’aborto volontario per la psiche della donna); viene invitata da radio e televisioni quando si deve dibattere qualche punto alla frontiera della bioetica. Alla domanda se la Danimarca sia paragonabile con la Germania del Terzo Reich Chiara Lalli risponde di no proponendo due argomenti: a) il piano danese non è coercitivo (“distinguere l’obbligo dal condizionamento culturale da un invito, da un’idea”) mentre quello nazista lo era; b) i bambini non ancora nati sono solo persone “potenziali” mentre gli adulti che decidono della loro vita sono persone “a tutti gli effetti”. Si tratta di due tesi francamente deboli, che possono valere per tenere il punto in un dibattito radiofonico che si risolve in una decina di minuti ma che non reggono assolutamente ad una riflessione rigorosa.

Il punto a) è il più semplice da contestare. Il programma eugenetico nazista, dall’eliminazione dei disabili allo sterminio degli ebrei (perché sempre di eugenetica si trattava per i nazisti, basta leggere i testi della loro propaganda) è stato possibile perché nella società tedesca esisteva un sufficiente consenso su di esso. Per dimostrarlo qualche anno fa uno storico di Harvard, Daniel Goldhagen, ha pubblicato un saggio che è diventato un best seller mondiale intitolato “I volenterosi carnefici di Hitler”. Dunque il “condizionamento culturale” degli esecutori del programma era all’opera anche allora: le persone collaboravano spontaneamente, proprio come spontanea dovrebbe essere la scelta delle donne che decidessero di ascoltare l’”invito” lanciato dal governo danese ad eliminare tutti i bambini concepiti affetti dalla sindrome di Down. Dov’è dunque la differenza? Si potrebbe forse dire che in realtà la presenza di un regime totalitario rendeva molto più “costringente” la capacità di persuasione dei nazisti. Ma la filosofa della scienza Chiara Lalli saprà certamente che è stato John Stuart Mill (che certo non era un sostenitore del totalitarismo) a spiegare nel suo saggio “Sulla libertà” che il condizionamento culturale della maggioranza può essere tanto oppressivo quanto quello di un regime autoritario. In realtà, tutte le volte che viene riproposta questa distinzione tra eugenetica “coercitiva” (che sarebbe cattiva) e eugenetica “volontaria” (che invece sarebbe buona) per sdoganare nuovamente tale pseudo-scienza (succede sempre più spesso, non solo sul blog di Chiara Lalli ma anche su paludate riviste di filosofia), bisognerebbe ricordare che in entrambi i casi la vittima non viene ascoltata: per la persona eliminata l’eugenetica è sempre “coercitiva”.

E qui si comprende perché Chiara Lalli deve aggiungere il punto b) alla sua argomentazione affermando che i bambini con la sindrome di Down non ancora nati in realtà non sono “persone a tutti gli effetti” ma solo “persone potenziali”. Proprio per questo motivo non sarebbe necessario chiedere il loro parere per eliminarli. In questo caso l’eugenetica sarebbe buona perché le uniche “persone a tutti gli effetti” coinvolte, cioè gli adulti che dovrebbero decidere la loro eliminazione, prenderebbero tale decisione volontariamente. Per quanto l’argomentazione suoni decisamente capziosa è importante discutere esplicitamente la distinzione tra persone “potenziali” e persone “a tutti gli effetti”. Chiara Lalli la enuncia come se fosse un fatto assodato, sul quale non c’è alcuna discussione, aderendo a una sorta di mantra che sempre più spesso si affaccia nel dibattito sui temi bioetici più scottanti (aborto, eutanasia, fecondazione artificiale). In realtà si tratta di un’affermazione di tipo filosofico e come tale può e deve essere sottoposta ad un vaglio critico, soprattutto quando viene utilizzata per giustificare le decisioni sulla vita o sulla morte di esseri umani.

Poichè dal punto di vista biologico il processo di sviluppo di un essere umano non conosce alcuna soluzione di continuità dal momento del concepimento fino alla morte, l’idea di “potenzialità” della persona deve necessariamente trovare un altro fondamento. Questo fondamento è l’autocoscienza. Sarebbe l’autocoscienza a rendere un essere umano “persona a tutti gli effetti”. In ultima analisi, quindi, sarebbe un particolare “funzionamento” del soggetto, la sua autocoscienza, che ne renderebbe l’esistenza “personale” e quindi di valore. Si tratta della versione moderna di un argomento filosofico con una lunga tradizione, i cui ascendenti nobili possono essere fatti risalire a Cartesio e Locke, basato sul dualismo corpo-anima, per quanto espresso nella sua moderna versione mente-corpo.

L’eutanasia, cioè eliminazione di una vita, erroneamente identificata come "buona morte" è di due tipi: c'è l'eutanasia attiva indiretta che prevede l'assunzione di sostanze che possono ridurre la durata della vita e l'eutanasia passiva, ovvero l'interruzione delle cure e del mantenimento in vita. Ovvero il rifiuto dei trattamenti. Il primo Paese in assoluto al mondo a legalizzare l’eutanasia è stata l’Olanda (1° aprile 2002). Dal 13 febbraio 2014 il Belgio è diventato il primo stato al mondo a legalizzarla senza alcun limite d'età. Nel settembre 2002 è stato autorizzato il suicidio assistito. Ora la Legge è estesa anche ai minori. Per tutti, perché venga permessa, c'è bisogno che si esprimano un medico ed una commissione. E’ allarmante come la cultura della morte si sia appropriata dei termini “aiuto”, “compassione”, “dolce morte”, “sofferenze insopportabili”, per giustificare l’omicidio di persone ormai giunte alle soglie finali dell'esistenza, oppure incoraggiarla nei confronti di quanti hanno malformazioni genetiche o malattie vincolanti per  il resto della vita.

I sostenitori della “dolce morte” ribatteranno che intendono promuovere il diritto e non certo il dovere di eutanasia. Se però guardiamo a quanto già accade in Europa c’è da rabbrividire: nei decessi di malati terminali – dice uno studio che ha preso in esame, fra gli altri, il caso della Svizzera – in ben sette casi su dieci la morte è preceduta da decisioni rilevanti da parte dei medici e non dei pazienti (Lancet, 2003) e nei Paesi Bassi, dove non si è affatto introdotto l’obbligo di morire, le persone che scelgono l’eutanasia aumentano in modo esponenziale: dai 1923 casi del 2006 ai 3695 del 2011 ai 4188 del 2012, con un’impennata del 13% in un solo anno. Forse l’eutanasia prima di una legge è una cultura? Forse introdurla – in tempi di spending review – colpevolizzerebbe di fatto i malati? Prima di votare o sostenere certe leggi, sarebbe bene farsele certe domande. Evitando di credere alle tantissime menzogne che, su questo argomento, si sentono e si sentiranno.

Don Salvatore Lazzara*

 

*Per la stesura dell'articolo, sono state utilizzate le seguenti fonti: "L’eutanasia arriva in Parlamento. Le balle sulla «dolce morte»" di Giuliano Guzzo; e "E’ “buona” l’eugenetica contro i bambini Down?" di Benedetto Rocchi

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