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Il 1° Novembre, secondo il calendario liturgico, è il giorno dedicato alla memoria di Tutti i Santi. Con questa festa si ricordano non solo i martiri, santi e beati canonizzati, ma anche coloro i quali sono stati beatificati dalla gloria del Signore, pur non avendo ottenuto nessun riconoscimento sulla terra. 

La storia di Ognissanti affonda le sue radici nel passato. Tertulliano e Gregorio di Nizza (223-395 d.C.) furono tra i primi a testimoniare l’esistenza di questa ricorrenza. Sant’Ephraem, morto nel 373, parlò esplicitamente nei suoi scritti della “festa celebrata in onore dei martiri della terra”. Il giorno scelto inizialmente per questa ricorrenza era il 13 maggio. Diversi secoli dopo, però, fu individuata un’altra data per la festa di Tutti i Santi, ma il perchè di questo cambiamento non è molto chiaro. Questa stessa ricorrenza, sarebbe stata assimilata dai Romani e si sarebbe poi diffusa nel resto dell’Europa. Il mese di novembre si apre con una festa civile e religiosa le cui origini sono molto antiche, ricollegandosi a riti legati alla tradizione celtica. I Celti erano soliti dividere l’anno in due periodo distinti. Il primo prendeva il nome di Beltane ed iniziava a maggio. In questa fase veniva celebrata la vita e la rinascita della natura. Il secondo periodo, invece, veniva festeggiato a metà ottobre e prendeva il nome di Samhain. In questa seconda metà dell’anno si celebrava la morte e il riposo della natura, (da qui trae origine la discussa e inopportuna festa di Halloween).

Nello stesso periodo storico i Romani festeggiavano Pomona, una ricorrenza che salutava la fine del periodo agricolo e che coincideva con la festa celtica Samhain. Quando Cesare conquistò la Gallia, la festa dei Romani e quella dei Celtici si mescolarono poiché cadevano nello stesso periodo. Successivamente i festeggiamenti vennero fati cadere in un unica data compresa tra il 31 ottobre e il 1 novembre. Con la diffusione del cristianesimo, in questo stesso periodo si fece nascere un’altra festività che celebrava anche il mondo dell’aldilà. Il significato della festa di Tutti i Santi è però ben diverso da quello pagano e agricolo celebrato dalle popolazioni celtiche e romane. Infatti la Chiesa il primo novembre celebra l’onore di tutti i Santi, siano stati essi canonizzati o meno dal rito cattolico. Dunque, è necessario per i fedeli ancora pellegrini sulla terra, vivere la comunione dei santi! Oggi troppo poco si parla dei santi: non va bene. Il Cristianesimo se dimentica i santi dimentica la redenzione; si misura la grandezza della redenzione dal frutto, che sono i redenti, i santi cristiani. 

"(...) A che serve la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità?". Con questa domanda comincia una famosa omelia di san Bernardo per il giorno di Tutti i Santi. È domanda che ci si potrebbe porre anche oggi. E attuale è anche la risposta che il Santo ci offre: "I nostri santi - egli dice - non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. Per parte mia, devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri" (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364ss). Ecco dunque il significato dell'odierna solennità: guardando al luminoso esempio dei santi risvegliare in noi il grande desiderio di essere come i santi: felici di vivere vicini a Dio, nella sua luce, nella grande famiglia degli amici di Dio. Essere Santo significa: vivere nella vicinanza con Dio, vivere nella sua famiglia.

La santità esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell'uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo (cfr Is 6, 3). Nella seconda Lettura, l'apostolo Giovanni osserva: "Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3, 1). È Dio, dunque, che per primo ci ha amati e in Gesù ci ha resi suoi figli adottivi. Nella nostra vita tutto è dono del suo amore: come restare indifferenti dinanzi a un così grande mistero? Come non rispondere all'amore del Padre celeste con una vita da figli riconoscenti? In Cristo ci ha fatto dono di tutto se stesso, e ci chiama a una relazione personale e profonda con Lui. Quanto più pertanto imitiamo Gesù e Gli restiamo uniti, tanto più entriamo nel mistero della santità divina. Scopriamo di essere amati da Lui in modo infinito, e questo ci spinge, a nostra volta, ad amare i fratelli. Amare implica sempre un atto di rinuncia a se stessi, il "perdere se stessi", e proprio così ci rende felici" (Omelia di Benedetto XVI, nella solennità di tutti i Santi, 1 Novembre 2006).

Don Salvatore Lazzara

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