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A margine della nuova fuga di notizie, e dell’omelia pronunciata questa mattina da Papa Francesco a Casa Santa Marta, dove ha manifestato tutta la sua tristezza nel “vedere cardinali e vescovi attaccati ai soldi”, ritorna alla memoria il Magistero pronunciato da Benedetto XVI nel suo viaggio a Fatima. Già le profezie mariane avevano parlato della grande crisi della Chiesa che sarebbe giunta fino ai “vertici della Chiesa”, come il peccato più grave dei discepoli di Gesù del nostro tempo. Rileggiamo alla luce degli ultimi eventi, l’esegesi di Ratzinger sui segreti di Fatima:

 «La più grande persecuzione alla Chiesa non viene dai nemici di fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa». Da Fatima, luogo mariano tra i più famosi al mondo, passato alla storia per i celeberrimi «segreti» dei pastorelli, talora interpretati superficialmente quando non strumentalizzati in chiave politica. In volo verso Lisbona, Benedetto XVI rispose alla domanda di un giornalista che chiedeva se sia possibile inserire nella«visione» della Chiesa perseguitata – contenuta nella terza parte del “segreto” di Fatima – anche «le sofferenze della Chiesa di oggi con i peccati degli abusi sessuali sui minori». E lo ha fatto così: «Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio è anche che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo lo vediamo sempre ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione alla Chiesa non viene dai nemici di fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa. E che la Chiesa ha quindi profondo bisogno di reimparare la penitenza, accettare la purificazione, imparare il perdono ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia. Dobbiamo imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza, le virtù teologali e che il male attacca anche dall’interno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che finalmente il Signore è più forte del male e la Madonna per noi è la garanzia. La bontà di Dio è sempre l’ultima risposta della storia».

Le profezie hanno sempre più di un significato. La terza parte del segreto, ripete Benedetto XVI, è una «grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II» (Benedetto XVI 2010). Ma questa«prima istanza», interpretativa, se mantiene tutta la sua importanza, non ne esclude altre. Al contrario nel segreto, afferma il Papa, «sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano. Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla, si vede la necessità di una passione della Chiesa, che naturalmente si riflette nella persona del Papa, ma il Papa sta per la Chiesa e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano». L’immagine centrale della terza parte del segreto è figura di tutte le persecuzioni che i Papi e la Chiesa nella storia continuamente subiscono. Anche il tradimento dei preti pedofili e le relative persecuzioni mediatiche contro il Papa fanno parte dei «colpi d’arma da fuoco e frecce» del segreto, che sempre «soldati»al servizio di progetti ideologici anticristiani sono pronti a lanciare contro il Papa. 

«Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio – conferma Benedetto XVI alludendo alla questione della pedofilia, che peraltro nel viaggio in Portogallo non ha mai citato esplicitamente – vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa […]» (ibid.). Più in generale, «si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa» (Benedetto XVI 2010), e in questo senso si può dire che sia sbagliato riferire la terza parte del segreto solo all’attentato a Giovanni Paolo II. Nel 1917 la Madonna annunciava una «passione della Chiesa»(Benedetto XVI 2010) che si manifesterà «in modi diversi, fino alla fine del mondo» (ibid.). È certo la passione di Giovanni Paolo II colpito dall’attentato del 1981. Ma si può lecitamente pensare che si tratti anche della passione di Paolo VI (1963-1978), colpito e amareggiato dagli attacchi inauditi del dissenso teologico postconciliare dopo la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae del 1968. È la passione di Benedetto XVI, ferito sia dai crimini dei preti pedofili sia dalle calunnie di quanti manipolano i tragici casi di pedofilia per attaccare direttamente il Pontefice. Sarà la passione di un prossimo Papa fra cinquanta o fra cento anni, perché essere calunniata e perseguitata fa parte della natura e della storia della Chiesa, non solo secondo la profezia di Fatima ma secondo la parola profetica dello stesso Signore Gesù: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15, 18).

La storia moderna: «un ciclo di morte e di terrore». «L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo…» (Benedetto XVI 2010). Al cuore del messaggio di Fatima vi è un giudizio sulla storia, e in particolare sulla storia moderna. Le tragedie annunciate a Fatima non sono finite con la fine delle ideologie del XX secolo e del comunismo, cui pure il messaggio del 1917 si riferisce. La crisi non è risolta. Da un certo punto di vista è oggi più seria che mai, perché è anzitutto crisi di fede, quindi crisi morale e sociale. «La fede in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata […]»«Molti dei nostri fratelli vivono come se non ci fosse un Aldilà, senza preoccuparsi della propria salvezza eterna». Certo, Dio continua ad andare alla ricerca del cuore di ogni uomo, anche nel nostro tempo come in ogni tempo. «Ma chi ha tempo per ascoltare la sua parola e lasciarsi affascinare dal suo amore? Chi veglia, nella notte del dubbio e dell’incertezza, con il cuore desto in preghiera? Chi aspetta l’alba del nuovo giorno, tenendo accesa la fiamma della fede?». All’interno stesso della Chiesa non mancano infedeltà, fraintendimenti, assenza di sano realismo. «Spesso – ha aggiunto il Papa – ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?» (Benedetto XVI 2010).

 Nel clero stesso, non si può non fare cenno a «un certo indebolimento degli ideali sacerdotali oppure al fatto di dedicarsi ad attività che non si accordano integralmente con ciò che è proprio di un ministro di Gesù Cristo». «Qualcuno potrebbe dire: “la Chiesa ha bisogno di grandi correnti, movimenti e testimonianze di santità…, ma non ci sono!”». Anche se il Papa risponde a questo «qualcuno» (ibid.) ricordando la presenza consolante e positiva di movimenti e altre realtà ecclesiali, alcune delle quali hanno al centro della loro azione proprio il messaggio di Fatima, rimane grave nella Chiesa la presenza di un certo fatalismo, «la tentazione di limitarci a ciò che ancora abbiamo, o riteniamo di avere, di nostro e di sicuro: sarebbe un morire a termine, in quanto presenza di Chiesa nel mondo». Alla crisi di fede si accompagna una crisi morale. Tutti rischiamo di soccombere alla «pressione esercitata dalla cultura dominante, che presenta con insistenza uno stile di vita fondato sulla legge del più forte, sul guadagno facile e allettante […]». Le iniziative che hanno lo scopo di tutelare i valori essenziali e primari della vita, dal suo concepimento, e della famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna, aiutano a rispondere ad alcune delle più insidiose e pericolose sfide che oggi si pongono al bene comune. Né, affrontando questi temi a Fatima, il Pontefice pensava di allontanarsi dal messaggio del 1917: al contrario, «tutto ciò ben si integra con il messaggio della Madonna che risuona in questo luogo […]», dove Maria ci parla di una crisi che ha nelle offese pubbliche alla legge morale una componente essenziale. La crisi di fede e di morale s’inquadra in una più generale crisi della nostra società, scristianizzata, frammentata, in balia di flussi d’immagini sempre nuove che impediscono la riflessione e la vera comunione fra le persone.

I veggenti di Fatima ci hanno insegnato che per ricevere veramente i messaggi del Signore e della Madonna «si richiede una vigilanza interiore del cuore che, per la maggior parte del tempo, non abbiamo a causa della forte pressione delle realtà esterne e delle immagini e preoccupazioni che riempiono l’anima». Nell’incontro a Fatima con i vescovi del Portogallo, rispondendo a monsignor Jorge Ortiga, arcivescovo di Braga e presidente della Conferenza Episcopale Portoghese che nel suo intervento aveva evocato la categoria di «modernità liquida» del sociologo britannico di origine polacca Zygmunt Bauman, Benedetto XVI ha ricordato«quegli ambienti umani dove il silenzio della fede è più ampio e profondo: i politici, gli intellettuali, i professionisti della comunicazione che professano e promuovono una proposta monoculturale, con disdegno per la dimensione religiosa e contemplativa della vita». Ma, anche a questo proposito – come ha fatto spesso nel pellegrinaggio a Fatima, e in consonanza con l’interpretazione che ha proposto del messaggio della Madonna – il Papa ha sottolineato che la crisi non è solo esterna, ma è anche interna alla Chiesa: «non mancano credenti che si vergognano e che danno una mano al secolarismo, costruttore di barriere all’ispirazione cristiana». Né sono adeguati programmi pastorali e «soluzioni che rispondano alla logica dell’efficienza, dell’effetto visibile e della pubblicità», o che nascondano l’annuncio cristiano in nome di un generico umanitarismo. Al contrario, nella Chiesa serve una «ferma identità delle istituzioni» (ibid.). «Mantenete viva la dimensione profetica, senza bavagli, nello scenario del mondo attuale, perché “la parola di Dio non è incatenata!” (2Tm 2, 9)»

a cura di Don Salvatore Lazzara

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