spirito11

L'incontro interreligioso di Assisi, ha suscitato un vespaio di polemiche. Soprattutto ad essere colpito dalla aspre critiche è stato Papa Francesco, il quale è stato accusato di promuovere una certa forma di sincretismo religioso, che ha come obiettivo quello di mettere sullo stesso piano tutte le religioni, per costruire il grande mosaico della pace universale. Certamente, il Santo Padre non è andato nella città della pace, con questi sentimenti. Tantomeno ha come disegno ultimo del suo magistero quello di -cito testualmente- "distruggere la Chiesa Cattolica". Il tempo in cui viviamo è complesso. E' in atto una "guerra combattuta a pezzi", l'umanità si allontana progressivamente da Dio; le nazioni corrono verso la secolarizzazione; i cristiani nel mondo sono perseguitati; il terrorismo islamico spaventa l'occidente; l'immigrazione pone domande serie alla coscienza collettiva; la laicizzazione aggressiva gradualmente si sta trasformando in religione di stato; i valori sono relativizzati ai bisogni e alle voglie dei singoli; e tanto altro. Dinanzi alle tenebre che offuscano la "luce vera, quella che illumina ogni uomo", come si pone la Chiesa? Quale è il suo compito? La parola di Dio "dimora abbondantemente" nel cuore dei credenti? 

Sono domande a cui Papa Francesco sta cercando di rispondere, dialogando con gli altri capi religiosi, per trovare un punto in comune su questi grandi temi. Certo, non è un cammino semplice. Perchè come tutti sappiamo l'inferno è lastricato dalle buone intenzioni. Gli esponenti delle varie religioni, non hanno pregato in comune come è stato detto in modo inappropriato. Tutti alla stessa ora, e in luoghi diversi, hanno elevato preghiere per chiedere la fine delle violenze e il dono della pace. "(...) il mondo, -diceva Benedetto XVI-, purtroppo, è pieno di discordia. Non è soltanto il fatto che qua e là ripetutamente si combattono guerre – la violenza come tale è potenzialmente sempre presente e caratterizza la condizione del nostro mondo. La libertà è un grande bene. Ma il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza. La discordia assume nuovi e spaventosi volti e la lotta per la pace deve stimolare in modo nuovo tutti noi". 

Questa modalità nuova di incontro, dialogo e preghiera -non dimentichiamolo- è stata voluta dal Papa Emerito. Affermava Benedetto XVI, nel discorso tenuto ad Assisi il 27 Ottobre 2011, durante la giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo: "l’assenza di Dio porta al decadimento dell’uomo e dell’umanesimo. Ma dov’è Dio? Lo conosciamo e possiamo mostrarLo nuovamente all’umanità per fondare una vera pace? (...) Esiste una concezione e un uso della religione attraverso il quale essa diventa fonte di violenza, mentre l’orientamento dell’uomo verso Dio, vissuto rettamente, è una forza di pace. In tale contesto ho rimandato alla necessità del dialogo, e parlato della purificazione, sempre necessaria, della religione vissuta. Dall’altra parte, ho affermato che la negazione di Dio corrompe l’uomo, lo priva di misure e lo conduce alla violenza". Pur senza nominarlo, inchiodava l'Islam (almeno quello più violento) alle sue responsabilità, infatti quella riflessione mi è sembrata la continuazione logica della lectio di Ratisbona. Bergoglio, ha continuato la linea tracciata da Ratzinger, invitando i presenti ad eliminare la violenza da ogni religione, come primo passo per conquistare la pace. 

Il Successore dell'Apostolo Pietro, dunque, va sostenuto nella Verità. Diceva un mio professore di esegesi: "ogni parola fuori dal suo contesto, diventa un pretesto". Alcuni, in buona fede, (ciò che sto affermando non vuole suonare come una critica nei confronti di nessuno), hanno tirato in ballo il "papa dimenticato" San Giovanni Paolo II, citando il discorso tenuto da Woityla ai giovani musulmani a Casablanca, il 19 Agosto 1985,  ed estrapolando da esso alcune affermazioni che in un certo qual modo sono state motivo di attacco (ingiustificato) all'attuale Autorità Pontificia: "Cristiani e musulmani, abbiamo molte cose in comune, come credenti e come uomini. Viviamo nello stesso mondo, solcato da numerosi segni di speranza, ma anche da molteplici segni di angoscia. Abramo è per noi uno stesso modello di fede in Dio, di sottomissione alla sua volontà e di fiducia nella sua bontà. Noi crediamo nello stesso Dio, l’unico Dio, il Dio vivente, il Dio che crea i mondi e porta le sue creature alla loro perfezione. È dunque verso Dio che si rivolge il mio pensiero e che si eleva il mio cuore: è di Dio stesso che desidero innanzitutto parlarvi; di Lui, perché è in Lui che noi crediamo, voi musulmani e noi cattolici, e parlarvi anche dei valori umani che hanno in Dio il loro fondamento, questi valori che riguardano lo sviluppo delle nostre persone, come pure quello delle nostre famiglie e delle nostre società, nonché quello della comunità internazionale”.

Si tratta però di una citazione parziale. Infatti il paragrafo 10 di quel discorso, chiarisce: "Credo che noi, cristiani e musulmani, dobbiamo riconoscere con gioia i valori religiosi che abbiamo in comune e renderne grazie a Dio. Gli uni e gli altri crediamo in un Dio, il Dio unico, che è pienezza di giustizia e pienezza di misericordia; noi crediamo all’importanza della preghiera, del digiuno e dell’elemosina, della penitenza e del perdono; noi crediamo che Dio ci sarà giudice misericordioso alla fine dei tempi e noi speriamo che dopo la risurrezione egli sarà soddisfatto di noi e noi sappiamo che saremo soddisfatti di lui. La lealtà esige pure che riconosciamo e rispettiamo le nostre differenze. Evidentemente, quella più fondamentale è lo sguardo che posiamo sulla persona e sull’opera di Gesù di Nazaret. Voi sapete che, per i cristiani, questo Gesù li fa entrare in un’intima conoscenza del mistero di Dio e in una comunione filiale con i suoi doni, sebbene lo riconoscano e lo proclamino Signore e Salvatore. Queste sono differenze importanti, che noi possiamo accettare con umiltà e rispetto, in una mutua tolleranza; in ciò vi è un mistero sul quale Dio ci illuminerà un giorno, ne sono certo".

Sostanzialmente San Giovanni Paolo II, disse ai giovani musulmani che c'è una differenza fra le due religioni: Islam e Cristianesimo. Dialogo non significa appiattimento religioso, o accettazione supina delle credenze altrui. Dialogo vuol dire accettare le diversità per crescere in armonia. Altrimenti l'annuncio cristiano e il munus particolare delle altre fedi, si fonde in quel pericoloso sincretismo che invece di accompagnare alla vera pace, guida alla distruzione delle singole identità. Perchè ricordiamolo la vera Pace, quella che viene dal cielo, nasce dalla Verità, che per i cristiani ha un nome e un volto Gesù Cristo. 

Don Salvatore Lazzara

 

Nota esplicativa

** Mi sono pervenute dall'amico blogger Paolo Coveri, le seguenti precisazioni, in ordine alla fede: La frase sulla "vita eterna, (intesa come premio per i giusti promessa da Cristo a quanti si convertono e vivono del suo insegnamento, ndr), che appartiene anche a credenti di altre religioni", quasi che la salvezza dell'anima fosse una certezza anche per loro, (è un azzardo molto audace. Il concetto di vita eterna nelle altre religioni, non coincide con l'insegnamento del Signore. Infatti le modalità di accesso hanno delle particolarità che non hanno nulla in comune con le promesse di Gesù, ndr). Infatti la Chiesa, per quasi 2.000 anni, ha insegnato che non è affatto una certezza, bensì qualcosa che - se non si crede in Gesù Cristo - non si verificherebbe, se non in condizioni particolari:
«Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi invece non crederà sarà condannato» (Mc 16, 16).
«In verità, in verità vi dico: Chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non è sottoposto a giudizio, ma passa da morte a vita» (Gv 5, 24).
«Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me quand’anche fosse morto, vivrà, e chi vive e crede in me non morrà in eterno» (Gv 11, 25-26).
«Questa è la legge che Dio ci impone: di credere al Figlio suo» (1Gv 3, 23).
Per finire, il Catechismo Maggiore di San Pio X (mai abrogato) recita:
"171 (Domanda): Ma chi si trovasse, senza sua colpa, fuori della Chiesa, potrebbe salvarsi?
(Risposta): Chi, trovandosi senza sua colpa, ossia in buona fede, fuori della Chiesa, avesse ricevuto il Battesimo, o ne avesse il desiderio almeno implicito; cercasse inoltre sinceramente la verità e compisse la volontà di Dio come meglio può; benché separato dal corpo della Chiesa, sarebbe unito all'anima di lei e quindi in via di salute". 

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