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Una mattinata di terrore a Bruxelles che riporta con la memoria agli attacchi molteplici e simultanei a Parigi nel 13 novembre scorso con 130 morti. E nel 2008 a Mumbay. Una tattica che crea scompiglio e trasforma la città in un campo di battaglia. L’intelligence belga ieri aveva saputo di un pericolo imminente ma non dove si sarebbe materializzato. E stamattina l’incubo è diventato realtà.  Il terrorismo islamico, ha colpito nel nome di Allah nel cuore della civiltà occidentale, sgretolando i fragili ponti  su cui è poggiata la scoietà europea. La religione che non incontra mai la logica e l’amore per il prossimo, porta inevitabilmente all’annientamento dell’altro. La ragione di una cultura che rimuove sistematicamente dalle Istituzioni le radici più profonde della fede, porta irreparabilmente all’estinzione. La capitale belga, è  da venti anni nelle mani del centrosinistra. I musulmani praticanti (19%) sono più dei cattolici praticanti (12%), ha quasi ottanta moschee, da dove sono partite diverse campagne contro l’Occidente. Può essere considerata come la città d'Europa dalla quale più persone sono partite per arruolarsi nelle fila dell'ISIS: 40 ogni milione di abitanti.

b2Tutto è iniziato intorno alle 8 con almeno un kamikaze, secondo la procura, entrato in azione all'aeroporto internazionale di Bruxelles 'Zaventen' nella sale partenza del terminal A vicino al banco dell'American Airlines con due esplosioni udite. Poco dopo, alle 9.11, almeno 4 esplosioni hanno preso di mira le stazioni della metropolitana: interessate, Maelbeek, Schuman e Arts Loi, a due passi dalle istituzioni europee. Il commando entrato in azione è ancora in libertà, per questo l’appello della autorità alla popolazione è di restare in casa. Il panico è generale, l’esercito è in strada ed è scattato il blocco totale dei trasporti da e verso Bruxelles. Chiuse anche scuole, musei e il palazzo reale in seguito ad un pacco sospetto. In allerta anche tutta l’Europa. Convocati Consigli di sicurezza in Francia, Gran Bretagna e Italia. Per il premier francese Valls c’è una guerra in corso: Parigi ha chiuso la metropolitana e il ministro dell’interno ha confermato ovunque massimi controlli con 1600 agenti in più sul territorio, tra infrastrutture e frontiere. E’ chiara l’urgenza, ha detto Cazneuve, di un piano europeo anti terrorismo e di un sistema rafforzato di controlli in ambito Schengen. Anche l’Olanda e la Svezia hanno elevato il livello di allerta.

Certo, non è il momento delle polemiche. Ma non possiamo rimanere inermi dinanzi alle lacrime di coccodrillo versate da coloro che in questi anni hanno permesso sotto la bandiera dell’integrazione l’ingresso indiscriminato degli immigrati. E’ doveroso accogliere quanti fuggono dalle guerre, ma è altrettanto prudente vagliare il flusso migratorio per prevenire il fondamentalismo. Si parla tanto di dialogo tra fedi e costumi, di progetti multiculturali. Nessuno mai però ne ha spiegato ne specificato il contenuto! Perché l’ISIS – che, è il principale responsabile dell’attentato – ha colpito a Bruxelles? Occorre scavare nell’ideologia dei nuovi signori del terrorismo, consultando qualche oscura pubblicazione dell’estremismo ultra-fondamentalista islamico che dà la chiave per capire che cosa sta succedendo. In realtà, -commenta il professor Felice Dassetto-,  non è solo il Belgio, anche la Francia non è messa benissimo, come del resto tutta l’Europa. Ma certamente considerando che questa sfida jihadista è molto legata al mondo marocchino-algerino e che in Belgio c’è una forte componente di musulmani di origine araba c’è qui un forte potenziale. In più ci sono altre due cose: la prima è il discorso salafista diffuso da almeno trent’anni nelle nostre moschee, un discorso per il quale vari gruppi tra cui anche i Fratelli Musulmani hanno preparato il terreno; la seconda è che il Belgio è una società molto liberale, sensibile ai diritti individuali, una caratteristica che associata a uno Stato debole che ha orrore della repressione può aver favorito la lentezza con cui si sono prese le misure difensive contro questa nuova sfida. Il punto è che oggi l’ampiezza del fenomeno Isis è senza misura, ed è difficilmente decifrabile.

Certamente – spiega l’ambasciatore Giuseppe Panocchia -  nei confronti della nascita dell’IS, un’Europa politica più unita e determinata avrebbe potuto giocarsi meglio le sue carte. Il Daesh non è una realtà che si può combattere solo in Siria e in Iraq, ma va avversata in tutto il mondo. E se non si riesce ad avere una capacità di penetrazione nei suoi apparati, i nostri sforzi saranno sempre insufficienti e non si potranno evitare questi drammi. Gli attentati di Bruxelles non dicono molto di nuovo circa la minaccia del terrorismo islamico ma confermano tutte le preoccupazioni per il dilagare del jihadismo in Europa e per il consenso che questa ideologia consegue presso ampi strati della popolazione islamica nel Vecchio Continente. Nel caso del Belgio lo ha dimostrato la latitanza prolungata per quattro mesi di Salah Abdeslam nel quartiere di Molenbeek che sarebbe stata impossibile senza la complice omertà di chi vive da quelle parti e del resto in molti non hanno esitato a inveire contro la polizia che arrestava il terrorista e che, si vede bene dalle immagini televisive, si muoveva armi in pugno come fossero soldati in territorio nemico. I politici, hanno preferito guardare altrove e nascondere la testa sotto la sabbia.

I radical chic rilanciano le bandierine e i gessetti colorati per solidarietà alle vittime del Belgio. Mi pare più rilevante il sostegno dei russi, alla triste vicenda, i quali tramite l’intelligence avevano in tempi brx2non sospetti messo in guardia Parigi, quando Hollande e il suo governo decisero di bombardare la Siria, che in seguito provocarono i terribili attentati; e poi il Belgio, negli ultimi giorni. Nonostante le comunicazioni sono rimaste inascoltate da parte dei servizi segreti dei paesi interessati, Putin, è stato il primo capo di stato a porgere le condoglianze al Re del Belgio. Come dichiarato dall’addetto stampa del Cremilino Dmitri Peskov: “Il Presidente Putin ha espresso le proprie condoglianze al sovrano del Belgio Filippo per le vittime della serie di esplosioni di Bruxelles, il Presidente condanna duramente i barbari crimini che sono stati compiuti”. L’Occidente e L’Europa, dovrebbero riconsiderare il proprio rapporto con la Russia, che come ha dimostrato in Siria e nello scacchiere mediorientale, può essere un alleato prezioso nella lotta contro il terrorismo.

Oggi, continuiamo a stupirci di ciò che già dovremmo sapere. Invece di innovare e proseguire nella lotta ai terroristi islamici “cadiamo ogni volta dal pero”, ponendoci le stesse domande ad ogni atto terroristico, evitando accuratamente di darci risposte scomode che richiederebbero un approccio diverso al problema rappresentato dal fondamentalismo islamico. Quando la macchina della sicurezza arriva, è inerme. Non riesce a concretizzare, a causa delle numerose leggi e le pressioni dei media che non fanno altro che minimizzare il pericolo con un ostentato garantismo nei confronti degli accusati, che provoca soltanto ulteriori danni alla società e rafforza di conseguenza i gruppi terroristici. Gli attentati confermano le capacità organizzative delle cellule jihadiste in Belgio e Francia, pronte a vendicare dopo soli due giorni la cattura di Salah e che dispongono di ingenti depositi di armi da guerra ed esplosivi, provenienti per lo più dai Balcani (dove gli ampi arsenali ereditati dalla guerre interetniche degli anni’90 trovano un redditizio smercio in Europa) e stoccati probabilmente nei “piccoli emirati” delle città europee.

 “Intorno al 1890 uscì un libro destinato ad avere grande successo, intitolato Degenerazione e scritto dal tedesco Max Nordau, che faceva il ritratto di una società sull’orlo del collasso morale per via del crimine, dell’immigrazione e dell’urbanizzazione:  “Ci troviamo in mezzo a una grave malattia del corpo sociale, una specie di peste nera della degenerazione e dell’isterismo”. Un bestseller americano del 1901 fu: La vita semplice di Charles Wagner, che spiegava come gli individui ne avessero abbastanza del materialismo e fossero sul punto di ritornare all’agricoltura. Nel 1914 il libro postumo del britannico Robert Tressell, The Ragged Trousered Philantropist, definiva l’Inghilterra “una nazione di degenerati ignoranti, poco intelligenti, deboli di spirito e mezzi affamati”... Nell’Educazione di Henry Adams, opera del 1918, l’autore, che come tutti sanno opponeva l’energia spirituale della vergine Maria a quella materiale di un’enorme dinamo osservata a un’esposizione, prevedeva “il collasso finale, cosmico, madornale”... Le ragioni del pessimismo cambiavano a seconda delle mode, ma il pessimismo in sé era costante. Negli anni sessanta erano prime in classifica l’esplosione demografica e la carestia globale, nei settanta l’esaurimento delle risorse, negli ottanta le piogge acide, nei novanta le pandemie e nel nuovo secolo il riscaldamento globale. Uno per uno questi allarmismi sono venuti e se ne sono andati...Nel corso della mia vita adulta ho ascoltato previsioni implacabili a proposito di povertà crescente, carestie imminenti, deserti in espansione, epidemie prossime venture, guerre per l’acqua incombenti, inevitabile esaurimento del petrolio, scarsità di minerali, calo degli spermatozoi, assottigliamento dello strato di ozono, piogge acide, inverni nucleari, epidemie di mucca pazza, Millennium big, api assassine, pesci che cambiano sesso, riscaldamento globale, acidificazione degli oceani e persino l’impatto di asteroidi che in breve tempo porteranno questo intermezzo felice a una fine tremenda. Non ricordo un’epoca in cui sobrie, insigni e serie élite non abbiano esposto con solennità uno qualsiasi di questi allarmismi, poi ripreso in modo isterico dai mezzi di comunicazione. Non ricordo un’epoca in cui qualcuno non mi abbia incalzato sul fatto che il mondo potrebbe sopravvivere solo se si abbandonasse il folle traguardo della crescita economica” (Ridley).

b4La radiografia della cultura europea da parte di Ridley, può essere applicata anche allo sviluppo del terrorismo, come conseguenza  errata delle politiche mediorientali portate avanti in questi ultimi decenni. I danni provocati dalle risposte agli atti terroristici del 2001 nel cuore dell’America, l’invasione dell’Afganistan e dell’Iraq, le primavere arabe, lo sviluppo di Al-Qaeda e di tutta la galassia terroristica, la destabilizzazione della Siria, l’entrata in scena dell’ISIS, fanno parte di un disegno diabolico che a poco a poco si rivela in tutta la sua mostruosità.  L’obiettivo dei terroristi è creare il caos in alcuni Paesi identificati come “a rischio” per l’incapacità della polizia di controllare periferie e banlieues dove non osa neppure avventurarsi e dove risiedono tanti musulmani. Il caos costringerà la polizia a occuparsi d’altro e a non ostacolare il reclutamento dell’ISIS. E in una società in preda al caos il reclutamento diventerà anche più facile. Lo spiega un opuscolo pubblicato nel mese di luglio 2015 dall’ISIS, “Gang musulmane”.

Sia al-Qa’ida sia l’ISIS organizzano “insieme” attentati in Occidente. L’ISIS non è nato con lo scopo primario di destabilizzare l’Occidente, ma di costruire un califfato in Oriente e in Africa. Per questo ha bisogno di volontari, che costituiscono il nerbo del suo esercito. Dopo l’episodio di Charlie Hebdo, non solo gli analisti ma le stesse pubblicazioni dell’ISIS avevano messo in chiaro a che cosa servono quel genere di attentati. Sono spot pubblicitari per il reclutamento di nuovi militanti che partano dall’Occidente per andare a combattere in Siria e in Iraq. E sono spot che funzionano: secondo alcune valutazioni, i combattenti partiti dalla Francia per arruolarsi nell’ISIS sono ormai più di mille.

Un autore particolarmente influente sull’ISIS – ma anche sull’ultima generazione di al-Qa’ida – è il siriano, ma cittadino spagnolo, Abu Mussab al-Suri. È un teorico del jihadismo che ha criticato al-Qa’ida per la sua ossessione nei confronti degli Stati Uniti, che ha portato agli attentati dell’11 settembre 2001, spettacolari ma politicamente inutili. Secondo al-Suri occorre invece colpire in Europa. Perché gli europei, a differenza degli americani, si spaventano e si ritraggono quando sono colpiti. E perché le periferie musulmane dell’Europa, soprattutto in Francia e in Belgio, sono a un passo dal diventare piccoli emirati, terre di nessuno, dove le forze dell’ordine a stento osano avventurarsi e dove il reclutamento per il jihad in Medio Oriente può procedere quasi indisturbato. Le teorie di Al-Suri sembravano lontane dalla realtà. Fino agli attentati di Parigi e Bruxelles. E la storia continua…

Don Salvatore Lazzara *

 

* Per la stesura di alcune parti del presente articolo, sono state utilizzate le seguenti fonti: “Bruxelles, la nuova strategia dell'Isis”, di Massimo Introvigne; e “La conferma di una minaccia. E la nostra pigrizia”, di Gianandrea Gaiani. 

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