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Il Medio Oriente arde, precipita ogni giorno sempre di più nel caos. La carne degli innocenti brucia sul rogo dell'odio e della violenza. Gli interventi internazionali sbagliati e senza logica, aggravano i precari equilibri della zona. I cristiani e le minoranze subiscono le più atroci vessazioni: bambini costretti a combattere per l’is, donne stuprate, cristiani crocifissi, donne schiavizzate e vendute a 10 dollari al mercato, città secolari devastate, monumenti cancellati per sempre dalla memoria storica con le ruspe e le zappe. Lo stato islamico, fuori da ogni controllo, mostra al mondo con la sua strategia mediatica studiata ad arte, l’arroganza di chi vuole a tutti i costi conquistare il mondo nel nome di Allah.

Accanto agli scenari descritti –che non lasciano intravedere un briciolo di speranza-, il desiderio del popolo di rinascere è avvertito nella quotidianità, fuori dai riflettori e dalla grandi cronache: ad Homs, nella Chiesa distrutta, gli sposi celebrano il matrimonio; i giovani tentano di ricostruire il patrimonio artistico danneggiato; ad Aleppo scoppia la gara di solidarietà per chi rimane senza acqua. A Maloula, gli abitanti restaurano le Chiese e le case distrutte dalla follia dei terroristi islamici: ricordano quando i fondamentalisti con i picconi cercavano di “strappare” dai muri le croci incise nelle colonne o nei portali degli edifici sacri. Tanti religiosi e laici sono ancora nelle mani dei miliziani. Non sappiamo se sono vivi, oppure uccisi e torturati in odio alla fede, e poi gettati in chissà quali fosse, senza croce, o un segno di riconoscimento del loro martirio. Le comunità cristiane, anche se decimate, si rafforzano nella fede e nella testimonianza. Non mollano. Resistono. Sono piccole chiese orgogliose di essere discepole del Nazareno. Alle potenze internazionali, chiedono protezione. Di non lasciare le loro case. Perché lì sono nati e lì vogliono morire.

Il Parroco di Ebril Padre Douglas Al-Bazi, durante la testimonianza tenuta al Meeting di Rimini, esorta l’Occidente a non tenere gli occhi chiusi su ciò che accade in quelle terre martoriate dalla guerra e dalla follia fondamentalista:

“Io sono qui per dire a voi: siate la nostra voce, parlate e svegliatevi. Il cancro è alle vostre porte ormai, vi distruggeranno. I cristiani in Medio Oriente, in Iraq, sono l’unico gruppo ad aver visto il volto del male: l’islam. Pregate per la mia gente, aiutate la mia gente, salvate la mia gente. Perché lasciate le pecore libere in mezzo ai lupi? Forse qui ci possono essere musulmani simpatici e amici, ma lì sono degli assassini. Sono orgoglioso di essere iracheno e amo il mio paese, ma il mio paese purtroppo non è orgoglioso che io sia parte di esso. I cristiani in Medioriente sono l’unico gruppo che ha visto il volto del male, l’Islam. Aiutate la mia gente, salvate la mia gente. Sono un sacerdote e penso che mi ammazzeranno un giorno, ma mi preoccupo per i nostri figli”.

In altre parti del pianeta, si ripetono le stesse scene terribili e sconcertanti, come in un triste set cinematografico. In Nigeria, come racconta il Vice presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani*, «Boko Haram distrugge scuole, sequestra ragazzi, usa i bambini come detonatori per le stragi nei luoghi pubblici». I cristiani subiscono in odio alla fede una persecuzione silenziosa. La consapevolezza della gravità della situazione, ha spinto Tajani, dopo aver ascoltato a Bruxelles diversi esponenti religiosi delle confessioni cristiane mediorientali e di altre parti del mondo, a presentare tre interrogazioni, per cercare di trovare una soluzione alla terribile carneficina che vede come protagonisti i cristiani, verso i quali si consuma sotto gli occhi dei potenti uno dei genocidi più sanguinosi degli ultimi secoli. Il risultato -aggiunge il vice presidente- «lo abbiamo messo nelle mani della Mogherini, Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che in maniera timida e tiepida, ha preso atto dell’emergenza umanitaria che coinvolge i cristiani nel mondo».

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Il Medioriente, come altre parti sensibili del mondo, è sconvolto da continui attentati compiuti da gruppi fondamentalisti di matrice islamica. Quali sono le strategie dell’Europa per fermare le mani dei terroristi?

«Le strategie adottate, sono deboli. L’Europa non ha una politica estera forte per intervenire sulle questioni cruciali appena citate. La Comunità Europea, dunque, non può essere quella delle banche! Lo ha ricordato anche Papa Francesco quando è venuto a parlare a Strasburgo. Serve una inversione di rotta. Anche dal punto di vista militare è opportuno un intervento diverso. Tale atteggiamento, non significa dichiarare guerra al mondo intero, ma con la forza preventiva impedire la violenza. L’Europa, le Nazioni Unite, devono intervenire per impedire la violenza a cui sono sottoposti i cristiani e le minoranze». A proposito dell’uso della forza -continua Tajani-, «l’azione deve essere efficace per impedire lo spargimento di sangue innocente. La strategia usata dall’isis non è uguale a quella pianificata in passato da Al-Aaeda per seminare terrore e distruzione. Lo stato islamico, cerca in tutti i modi di creare il Califfato secondo i principi della Sharia. Non possiamo assistere –osserva amaramente-, a scene di cristiani crocifissi o di donne vendute a dieci dollari. È assolutamente inaccettabile!».

Dunque -continua determinato-, «l’uso della forza deve essere bilanciato alle aggressioni poste in atto per destabilizzare le aree interessate. Non bastano bombardamenti mirati per sconfiggere l’isis. È necessario coinvolgere altri paesi, come ad esempio la Turchia, la quale deve impegnarsi a svolgere un ruolo meno ambiguo nello scacchiere mediorientale. Non può essere una semplice spettatrice di ciò che sta accadendo al di là della sua porta».

La Turchia - incalza la domanda - gioca un ruolo abbastanza ambiguo, nel contesto della stabilità della zona. Invece di bombardare l’isis - così come è stato dimostrato dai filmati, all’indomani dell’attentato di Suruc -, ha cominciato a lanciare bombe contro i curdi alleati della Siria, con la conseguente perdita di sicurezza nel paese.

«È uno dei nodi da sciogliere. Gli Stati Uniti e l’Europa possono svolgere un’azione importante con la Turchia, convincendola a fare una scelta di campo». In parole povere -continua Tajani-, «deve stare dalla parte di un islam che vuole convivere pacificamente nell’area del mediterraneo con gli altri popoli». A questo punto il vice presidente, mette in evidenza alcuni esempi da seguire: «il Re di Giordania Abd Allah II è diventato, grazie alla sue azioni di contrasto al terrorismo, un grande protagonista della politica mediterranea. Ricordiamo l’impegno nella lotta contro l’isis e il dialogo continuo e costante con l’Occidente rendendolo, nel tempo, elemento di stabilità nella regione». Dunque -chiarisce Tajani-, «Erdogan deve impegnarsi a svolgere con la Turchia lo stesso ruolo di Abd Allah II, proponendosi come garante di pace nell’area mediorientale e di conseguenza nel Mediterraneo».

La politica utilizzata dagli Stati Uniti e dalla Turchia nella lotta al terrorismo è abbastanza ambigua. Quando si pensava di fermare con azioni militari lo stato islamico alle porte della Libia, hanno risposto che era necessaria una risoluzione dell’ONU. Al contrario, ad Ankara, gli americani, unilateralmente, hanno autorizzato i bombardamenti contro l’is, con la conseguente scoperta che il vero obiettivo erano i curdi.

«La Turchia non può fare scelte ambigue -afferma il vice presidente- se vuole essere interlocutore serio dell’Occidente. L’Europa su questo punto deve essere chiara, perché la Turchia è una nazione candidata all’Unione Europea. Questo atteggiamento, sicuramente, non agevola il processo di adesione. Gli Stati Uniti, avendo un rapporto privilegiato con la Turchia, hanno il dovere di essere molto chiari con Erdogan e spingerlo a fare una scelta di campo, senza ambiguità ed esitazioni».

A pagarne il prezzo più alto nella regione sono i cristiani.

«L’Occidente, nei confronti dei cristiani, non fa ascoltare la sua voce come dovrebbe. A Bruxelles, come in altre parti dell’Occidente –rende noto il vice presidente-, ci sono forze politiche che lottano per garantire la libertà di espressione e religiosa, nei luoghi dove viene negata. Si deve fare molto di più, per esempio, chiedendo ai musulmani residenti in Europa, di impegnarsi affinchè nei paesi arabi i cristiani e le altre minoranze possano avere la libertà che loro godono in Europa. Nel contesto del dialogo interreligioso –suggerisce-, urge un’azione di formazione per aiutare il processo di pace tra le religioni e i popoli».

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Il numero della presenza dei cristiani in Iraq è diminuito: da 1,5 milioni nel 2003, prima della guerra, sono passati a 200.000. Si può parlare di un progetto sistematico di annientamento dei cristiani in quelle aree geografiche?

«Questo vale anche per la Palestina, dove il numero dei cristiani è diminuito». Tajani, ricorda che molti «sono fuggiti per rifugiarsi negli Stati Uniti e in altre parti del mondo. È un problema che esiste. I cristiani danno fastidio perché sono portatori di pace, di un messaggio differente da quello che viene sostenuto e diffuso da chi vuole trasformare il Medioriente in una terra dominata dalla legge coranica. Dobbiamo fare in modo che i cristiani non fuggano, perché lì è casa loro. Nessuno ha il diritto di mandarli via dalla loro terra».

I cosiddetti “musulmani moderati”- continua la domanda-, dinanzi allo spopolamento causato dalle persecuzioni da parte dei gruppi fondamentalisti, non alzano alta la voce in difesa dei cristiani messi a dura prova dalle violenze e dai soprusi dei terroristi.

«Il mondo islamico deve fare di più, per tutelare le minoranze cristiane. Devono alzare alta la voce. Come denunciano il fenomeno dell’islamofobia -fenomeno esistente in alcune parti del mondo-, così devono garantire il rispetto dei cristiani, pronunciandosi contro la cristianofobia».

Dunque il vice presidente, esorta “il mondo islamico a fare di più”. Sulla scia appena descritta, le gerarchie religiose locali invitano i cristiani a “rimanere” nei luoghi di origine. A tal proposito non sono mancate le esortazioni alla comunità internazionale, da parte degli esponenti religiosi, ad “aiutare e sostenere i cristiani a non lasciare le loro terre”.

La strategia richiesta, risolverebbe gran parte del problema legato all’immigrazione e alla questione dei profughi e dei rifugiati.

«Stabilizzando la situazione, verrebbe ridotto il numero dei profughi, e quanti scappano per motivi religiosi. Occorre compiere sforzi significativi per rinforzare il dialogo interreligioso, come richiederà la Comunità di Sant’Egidio a Tirana, in Albania. L’articolo 17 della costituzione europea, indica la strada del dialogo e della pace come soluzione ai tanti conflitti, che usano la religione per scopi politici».

Sul tema dell’immigrazione ci sono tante tensioni. Per attenuare le incomprensioni, è necessario fare un’ulteriore distinzione tra immigrazione clandestina (che porta in modo indiscriminato i terroristi alle porte dell’Europa), profughi e rifugiati.

«Quando parliamo di immigrazione clandestina non possiamo accomunare a questo triste fenomeno i cristiani e le minoranze religiose perseguitate in Medioriente. Anzi –dichiara Tajani-, è nostro dovere accoglierli. È chiara la differenza tra quanti fuggono dalle persecuzioni, dai trafficanti di droga, dai tagliagole, dai fondamentalisti, che sbarcano per delinquere e destabilizzare le nazioni. Ci sono delle priorità da rispettare, partendo proprio dai rifugiati, e poi man mano, verificare le intenzioni di quanti cercano di entrare in Europa».

Esiste un evidente cortocircuito nell’interpretazione del fenomeno dell’immigrazione. È opportuno dunque, alla luce di quanto dichiarato, chiarire all’opinione pubblica come stanno realmente le cose…

«Assolutamente sì –conferma Tajiani-. Abbiamo il dovere umano e morale di aiutare le minoranze religiose come ad esempio gli yazidi, e i musulmani perseguitati dai fondamentalisti. Quanti fuggono dai loro paesi di origine per motivi religiosi e politici, non possono essere considerati sullo stesso piano dei delinquenti e dei terroristi».

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L’isis non perseguita soltanto le minoranze, ma anche i musulmani che non accolgono la loro visione del Corano e dell’Islam. Come è successo nei giorni scorsi con la distruzione del celebre tempio di Baalshamin della città antica di Palmira, patrimonio dell'umanità.

«Lo stato islamico, vuole utilizzare la religione per dare vita al Califfato. I jihadisti, strumentalizzano il  Corano per arrivare al potere. Chi spara in nome di Dio per uccidere, uccide Dio stesso» afferma con chiarezza il vice presidente.

In Siria, nelle campagne vicine ad Homs ora controllate dall’is, prima della guerra accoglievano 18.000 abitanti, tra cui molti sunniti, e 2.000 tra cattolici ed ortodossi. Oggi ne sono rimasti solo 300. Come è possibile che non ci sia stato nessun intervento internazionale per proteggere le minoranze? La famosa coalizione internazionale voluta dagli Stati Uniti appoggiati dagli alleati occidentali e dei paesi del golfo, per combattere il terrorismo islamico, cosa ha fatto?

«Sembra –risponde Tajani- che abbia dormito. La forza deve essere usata con determinazione in quella parte del mondo. Contro la violenza serve compiere azioni determinate, chiare e precise per difendere legittimamente vite umane, per porre fine a questo assurdo genocidio». Si può pensare –dichiara il vice presidente- «ad una forza di peacekeeping, con il sostegno forte delle Nazioni Unite, per sviluppare un piano di stabilità che si occupi dell’immigrazione, delle persecuzioni dei cristiani e di tutte quelle necessità fondamentali per riportare ordine e sicurezza nella regione. Più tardi si interviene, più grave sarà il problema da risolvere».

Un altro triste fenomeno riguarda i rapimenti. Attualmente mancano all’appello numerosi vescovi, sacerdoti, religiosi e laici, che si trovano nelle mani dei miliziani. Cosa può dirci in proposito?

«Speriamo che siano vivi e, nello stesso tempo, chi ha competenza in materia possa condurre tutte le azioni diplomatiche e politiche necessarie per garantire la libertà di quanti ora sono nelle mani dei rapitori».

Quali possono essere le strategie per fermare l’avanzata dell’IS?

«Coinvolgendo i paesi dell’Africa del nord, le Nazioni Unite, l’America, la Russia e la Cina che attualmente ha dei problemi di fondamentalismo islamico al suo interno».

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Parliamo della strategia mediatica usata dallo stato islamico.

«I miliziani vogliono realizzare un progetto ben definito cercando, con le strutture comunicative, di “reclutare” il maggior numero di persone, costruendo case, fogne, e garantendo sicurezza. Insomma cercano di conquistare la popolazione partendo dai bisogni primari di sopravvivenza. Certo, chi non si assoggetta viene ucciso oppure è costretto a scappare». Il tentativo –continua Tajani-, «è quello di coinvolgere il più possibile la gente, facendo -ad esempio- sposare le donne con i loro soldati, creando un legame difficile da recidere». Su Twitter -rivela il vice presidente- «usano la stessa strategia adottata da Obama nella sua campagna elettorale, grazie alla quale è stato eletto Presidente degli States. Ad utilizzare i social network, per conto dei miliziani, sono i cosiddetti foreign fighters (personale americano ed europeo), capace di elaborare “campagne” ad hoc, tese a favorire l’affermazione dello stato islamico e della sua missione».

La strategia mediatica, messa in atto nelle decapitazioni dei giornalisti stranieri appartenenti alle nazioni “ostili” allo stato islamico, è un sostegno innegabile ai loro progetti di conquista.

«Anche questo fa parte di un disegno ben preciso ed elaborato. Uccidono per dare dimostrazione di forza e potenza. Le dimostrazioni mediatiche vogliono mettere in evidenza la superiorità nei confronti dei nemici». Per realizzare i loro piani –approfondisce Tajani- «hanno a disposizione un capitale economico di enorme portata, capace di supportare tutte le operazioni che favoriscono l’affermazione dello stato islamico. Hanno quasi una gestione da “stato”, che è necessario combattere con tutti i mezzi che i vari trattati e concordati prevedono. Ci sono tanti libri, nei quali è descritto come il potere economico aiuta la causa dei terroristi. Il petrolio è un’altra grande risorsa per lo sviluppo e la sopravvivenza dell’isis».

Il reclutamento mediatico ha portato tanti ragazzi inglesi, italiani, francesi, tedeschi, ad arruolarsi come soldati nello stato islamico.

«Siamo arrivati a questo punto –osserva Tajani- perché esiste una povertà valoriale. Se qualcuno fugge dall’Europa, dove si vive meglio nonostante la crisi, significa che le istituzioni non sono capaci di fornire quella griglia di valori portanti e costitutivi della nostra identità». Ai giovani –ricorda il vice presidente- «abbiamo il dovere di dare delle risposte concrete, basate non solo sul denaro, ma sulla riscoperta dei fondamenti della nostra cultura, purtroppo garantiti in forma estrema e falsata dai terroristi».

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San Giovanni Paolo II aveva visto lontano, quando chiedeva di inserire nella costituzione europea “le radici cristiane” dell’Europa. Sulla stessa linea Benedetto XVI, quando parlava di un Occidente “stanco e ripiegato in se stesso, incapace di accogliere e sistematizzare i valori su cui era stata fondato”...

«Personalmente –commenta Tajani-, ho profuso il mio impegno affinché nella convenzione venissero citate le radici giudaico-cristiane, non solo per una scelta confessionale, ma culturale, obiettiva. Le radici cristiane sono parte della nostra civiltà, ecco perché non possiamo non definirci tali».

Si può parlare di invasione demografica da parte dell’islam?

«L’invasione demografica è un problema, come l’assenza di riferimenti. Personalmente porto sempre questo esempio: i sud americani che vanno negli Stati Uniti. Il loro obiettivo –chiarisce il vice presidente- è diventare cittadini americani. Come chi nel passato arrivava a Roma, nel cuore dell’antico impero, voleva diventare cittadino romano. Perché era un sogno, un modello di società dove erano in vigore delle regole certe, chiare e rispettate da tutti. Adesso, lo scopo per chi varca la soglia delle nostre terre è quello di vivere meglio, senza preoccuparsi di doversi adattare a un modo di vivere diverso rispetto alle loro tradizioni».

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«Per avere la cittadinanza, tanti soldati sud americani, a costo della vita, sono andati a combattere in Iraq e nelle altre zone di guerra. L’immigrato che viene in Europa - continua Tajani - generalmente non ha le stesse intenzioni. Questo è un grave segno della debolezza culturale europea, che non riesce, come faceva l’antica Roma, a trasmettere valori così importanti da abbracciarli, indipendentemente dalla cultura di origine. Chi approda nel continente europeo non trova una struttura sociale forte e definita, dunque cerca di conservare la propria».

Al contrario, il principio enunciato non vale nei paesi a maggioranza musulmana. Gli stranieri, che si recano nelle loro nazioni, devono accettare incondizionatamente la cultura, la religione e i costumi di vita.

«Nei paesi musulmani dovrebbe essere rispettato il principio di reciprocità. Come i seguaci di Maometto hanno “diritto” di professare la loro fede nei paesi cristiani, allo stesso modo, a casa loro, dovrebbero permettere ai seguaci di Cristo il “diritto” di manifestare il proprio sentimento religioso. Il principio di reciprocità non può essere escluso dagli accordi internazionali».

Già dal 2012, come dimostrano alcuni documenti USA, la fantomatica opposizione armata siriana era dominata da gruppi che miravano alla formazione di un Califfato in Siria, piuttosto che portare la democrazia.

«Tutta la vicenda descritta è stata vissuta da quel movimento chiamato “primavera araba"» –puntualizza Tajani-. «Gli americani sono molto lontani dal Medioriente e spesso non si rendono conto di cosa si cela dietro le quinte. Dietro la prima fila di liberali si nascondono milioni di fondamentalisti. I ribelli, sostenuti dagli americani e dai paesi del golfo, fattivamente sono quelli che combattono non per la democrazia, ma per lo stato islamico».

Come mai continuano i finanziamenti e la fornitura di armi?

«Molti paesi arabi combattono battaglie per interposte persone e organizzazioni. Sono lotte, o guerre legate a fattori di potere e dominio in Medioriente».

Dopo l’esecuzione a Palmira dell’archeologo Khalad al Asaad da parte dello stato islamico, abbiamo toccato con mano l’impotenza a intervenire tempestivamente per porre fine a simili gesti, fuori da ogni logica di rispetto dei diritti umani.

«Bisogna usare la forza in maniera proporzionale rispetto alla violenza che si subisce. Qui, però, si manifesta la debolezza dell’Europa e delle Nazioni Unite. Il grido di dolore deve essere ascoltato! Non posiamo far finta di niente!».

Molti commentatori hanno affermato che il famoso archeologo, è stato ucciso dall’Occidente.

«Se stiamo in silenzio, siamo complici di ciò che succede».

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Cosa porterà di buono in Medio Oriente l’accordo sul nucleare firmato da Iran e Stati Uniti?

«Speriamo che porti un contributo alla stabilizzazione dell’area mediorientale. Con il proposito di non precipitare nel nulla di fatto, come è avvenuto con la Corea del nord. Dopo cinque anni, come racconta la storia, ha fatto l’esatto contrario di quanto stabilito nelle risoluzioni».

È innegabile: si avvertono, a margine degli accordi sul nucleare, fermenti positivi come la riapertura dell’ambasciata britannica in Iran; e i rinnovati rapporti tra Russia, Iran e Siria.

«Dobbiamo lavorare per questo! Soprattutto affinché l’Iran rispetti gli impegni che prende».

A proposito di embargo alla Siria, perché non togliere dalle spalle del popolo siriano questo pesante fardello?

«L’Occidente ha commesso su questo versante errori gravissimi. È impossibile credere e pianificare da una stanza remota del Pentagono che, quando non ci sarà più il presidente Assad, a Damasco nascerà la casa Bianca, o la camera dei lord britannici, o l’assemblea nazionale francese. L’unica certezza è che il giorno dopo arriveranno i fondamentalisti islamici».

Dunque, per concludere, bisogna stare attenti nel compiere passi che potrebbero rivelarsi fatali per il futuro del Medioriente.

Don Salvatore Lazzara

* Antonio Tajani è un politico italiano, nato il 04 agosto del 1953 a Roma, ed è il Vicepresidente Vicario del Parlamento europeo. Dal 2008 al 2014 è stato Commissario europeo, dapprima ai Trasporti e poi, per quasi cinque anni, all'Industria.

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