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Ormai da qualche mese, con gli interventi militari della Russia, l’ISIS sembra ormai allo stremo. I coraggiosi combattenti dello stato islamico, fuggono dalla Turchia travestiti da donna per non essere arrestati dall’esercito russo e siriano.  Nonostante la guerra ha raggiunto una fase cruciale, continuano le incomprensioni degli Stati Uniti e dei paesi alleati, contro la campagna di Putin in Siria. Domanda: è possibile che la coalizione internazionale in quattro anni di guerra, non è riuscita a raggiungere gli obiettivi che i militari russi hanno conseguito in poche settimane nella lotta al terrorismo jihadista? I mezzi sofisticati in possesso dell’intelligence Usa, capaci di scoprire se su Marte c’è acqua, come mai non sono riusciti a “fermare”, la follia conquistatrice dello Stato Islamico quando avanzava nei luoghi strategici in territorio siriano e iracheno?

Veniamo ai fatti. Nelle scorse ore, Assad, si è recato in Russia per incontrare Putin. I due leader hanno discusso della campagna militare congiunta contro lo Stato islamico in Siria. Ma non solo. "La notte scorsa - si legge in una nota - per una visita di lavoro, è stato a Mosca il presidente della Repubblica araba di Siria, Bashar al Assad. Si sono svolti colloqui con il presidente russo Vladimir Putin in formato ristretto e in formato allargato". "I colloqui - spiega Peskov - sono stati abbastanza lunghi e la tematica è del tutto comprensibile", ha sottolineato riferendosi agli sviluppi del conflitto siriano.

Per risolvere la crisi siriana, ha detto Putin, è necessario "un processo politico con la partecipazione di tutte le forze politiche, i gruppi etnici e quelli religiosi" e per questo la Russia è pronta a "dare il proprio contributo non solo durante le azioni belliche di lotta al terrorismo ma anche durante il processo politico. La Siria per noi è un paese amico, noi siamo pronti a dare il nostro possibile contributo non soltanto durante le azioni belliche nella lotta al terrorismo ma anche durante il processo politico. Naturalmente - ha precisato - siamo in contatto stretto con altri paesi del mondo e della regione che sono interessati a una soluzione pacifica del conflitto".

Assad: Fermare il terrorismo. Per il presidente siriano i raid aerei russi, iniziati lo scorso 30 settembre, hanno contribuito a "fermare l’espansione dei gruppi terroristici" in Siria. Nel corso del faccia a faccia, Assad ha detto che "il popolo siriano apprezza il sostegno russo, -evidenziando come-, “alla mobilitazione militare deve fare eseguito un’azione politica”. A questo proposito, Assad, ha dichiarato che l’obiettivo delle operazioni militari è fermare il "terrorismo" che è un ostacolo alla "soluzione politica" della crisi siriana. Il capo del governo siriano, ha infine rimarcato la necessità di "porre fine a qualunque forma di sostegno al terrorismo", sottolineando che deve essere garantita al popolo la possibilità di "determinare il loro futuro".

 La guerra scatenata dal Califfato, ha colpito maggiormente le minoranze cristiane, provocando la drastica diminuzione della loro presenza nella regione, nel quadro della completa islamizzazione dell’area, sotto il dominio del Califfato. In questi anni, hanno subito ogni sorta di violenza a cominciare da quella fisica per passare alle torture psicologiche, fino ad arrivare alla distruzione delle case e dei beni di prima necessità. Altra piaga poco conosciuta, è il rapimento dei minori, poi “rieducati” nei campi di addestramento dai terroristi, per poi ”lanciarli” nelle battaglie contro gli stessi familiari. Per non parlare della condizione dei cristiani rimasti nelle zone controllate dall’ISIS. Sono costretti a pagare il dazio, in cambio della propria incolumità e sicurezza.

La condizione dei cristiani in Siria e Iraq. Sono 450 mila i cristiani sfollati siriani a causa delle violenze della guerra civile e di quelle causate dal sedicente Stato islamico, 120 mila i cristiani iracheni costretti dai jihadisti dell’Is a lasciare le loro case in Iraq, scappando da Mosul e dalla Piana di Ninive verso il Kurdistan iracheno. Pochi sono i cristiani che resistono nella capitale Baghdad. Sulla loro condizione è intervenuto il Patriarca della Chiesa di Antiochia dei Siri, Ignacio Joseph III Younan:

“Quando non c’è stabilità, non c’è sicurezza, i più deboli ne pagano il prezzo… E così noi cristiani abbiamo pagato – e stiamo pagando – il prezzo, perché non c’è una forza di sicurezza che possa proteggere coloro che sono senza difese. Se la situazione resta tale, ossia se continua a esserci il conflitto, e se non si riescono a fermare quelle bande terroristiche, il cosiddetto Sato islamico, non c’è speranza che i cristiani rimangano! Questo è un rischio che minaccia la nostra sopravvivenza”.

Mentre per il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël I Sako, “il pericolo è che si arrivino a svuotare questi Paesi del Medio Oriente, sia l’Iraq che la Siria. Il pericolo a cui sono esposti i cristiani: sono perseguitati, bisogna dirlo, sono perseguitati a causa della loro religione e vanno via anche... Perciò, ci vuole una passione forte di fronte a questa tragedia: è il nostro Paese, è la nostra terra, è la nostra storia! Perché allora io, come iracheno, sono perseguitato? Io sono un cittadino iracheno, la religione non c’entra. Per questo ho detto che è necessario separare la religione dallo Stato”.

Don Salvatore Lazzara

Potete trovare il mio articolo su: spondasud.it e farodiroma.it

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