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Il 4 novembre in Italia è una festa, anche se si va a lavorare lo stesso, e non è un giorno segnato in rosso nel calendario: è la festa dell’unità nazionale e delle forze armate, un tempo molto sentita e oggi meno nota e ricordata. II 4 novembre è l’anniversario dell’entrata in vigore del cosiddetto armistizio di Villa Giusti del 1918, col quale si fa coincidere convenzionalmente in Italia la fine della Prima guerra mondiale. L’accordo fu firmato a Padova il giorno prima, il 3 novembre 1918, dall’Impero austro-ungarico e l’Italia, che era alleata con la Triplice Intesa (il Regno Unito, la Francia e la Russia). Le trattative per l’armistizio erano cominciate il 29 ottobre, durante la battaglia di Vittorio Veneto: l’ultimo scontro armato tra l’Italia e l’Impero austro-ungarico. La festività del 4 novembre è stata istituita nel 1919 ed è durata fino al 1976: è l’unica festa nazionale che sia stata celebrata dall’Italia prima, durante e dopo il fascismo. Dal 1977, dopo una riforma del calendario volta ad aumentare i giorni lavorativi, si cominciò a festeggiare la giornata dell’unità nazionale e delle forze armate nella prima domenica di novembre. Negli anni Ottanta e Novanta l’importanza della festa diminuì progressivamente, rispetto agli anni precedenti Sessanta e Settanta in cui era oggetto di discussioni, polemiche e lotte politiche.

Come ogni anno, il 4 novembre il presidente della Repubblica e le altre alte cariche dello Stato visitano la tomba del Milite Ignoto, che ricorda tutti i soldati morti in guerra e mai identificati, all’Altare della Patria di Roma. Per ricordare il sacrificio di tanti giovani soldati morti al fronte, riprendiamo una delle canzoni patriottiche più note in Italia – e una delle pochissime che ancora si ricordano praticamente tutti – è la “Leggenda del Piave”, quella che comincia con le parole: «Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il 24 maggio». Fu scritta negli ultimi giorni di guerra e divenne famosa soprattutto negli anni successivi al conflitto. Nonostante il successo durato decine di anni, l’autore della “Leggenda del Piave”, Giovanni Ermete Gaeta, un compositore e poeta dialettale napoletano, non ci guadagnò quasi nulla. L'autore Gaeta nacque a Napoli nel 1884. Il padre, un barbiere, non poteva permettersi di far studiare il figlio e così Gaeta cominciò a lavorare come garzone nella bottega di famiglia. Gaeta era appassionato di musica e di poesia e studiò i rudimenti della teoria musicale da autodidatta cominciando a suonare il mandolino. Ancora diciottenne, iniziò a collaborare con “Il Lavoro”, giornale di Genova allora diretto da Alessandro Saccheri: scriveva articoli culturali in terza pagina che firmava “Hermes”, dal suo secondo nome, e versi in dialetto napoletano.

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Nel 1902 vinse un concorso per impiegato postelegrafico e cominciò a lavorare a Bergamo, in Lombardia. In città conobbe Marie Clinazovitz, una giornalista di origine polacca che dirigeva la rivista letterariaprima1 “Il ventesimo”, dove cominciò a scrivere articoli con lo pseudonimo di “Mario Clarvy”. Nel novembre 1917, dopo lo sfondamento austriaco a Caporetto, la linea del fronte si era attestata sul fiume Piave. Nel giugno 1918 l’Austria provò a sferrare il colpo definitivo: l’offensiva iniziò il 15 giugno, ma l’esercito italiano riuscì a fermarla e il 22 giugno la “battaglia del Solstizio” (come la chiamò il poeta Gabriele D’Annunzio) era terminata con la vittoria italiana. In quei giorni Gaeta era al lavoro in un ufficio postale, e gli vennero “dal cuore”, come raccontò lui stesso, tre strofe che scrisse di getto sui moduli di servizio interno: «Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il 24 maggio».

La prima strofa si riferiva all’inizio della guerra, il 24 maggio 1915. La seconda alla disfatta di Caporetto: «Ma in una notte triste si parlò di tradimento / e il Piave udiva l’ira e lo sgomento». Allora si riteneva che il successo austriaco fosse stato dovuto al tradimento di un reparto italiano; nel dopoguerra si scoprì che quel reparto, in effetti, aveva resistito ma era stato distrutto, e la parola “tradimento” venne sostituita da “fosco evento”. La terza strofa, infine, si riferiva alla battaglia del Solstizio e alla vittoria italiana.

Raffaele Gattordo, napoletano nato nel 1890, era un cantante amico di Gaeta: si esibiva con il nome d’arte di Enrico Demma e mentre si trovava al fronte in un reparto di bersaglieri cominciò subito a cantare “La leggenda del Piave” del suo amico. I versi patriottici e ricercati, la soddisfazione per la grande battaglia vinta, la musica orecchiabile a tono di marcia fecero sì che in brevissimo tempo la canzone divenisse molto popolare fra le truppe. Il comandante supremo dell’esercito, il generale Armando Diaz, mandò a Mario un telegramma di congratulazioni: «La vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale». Il 9 novembre 1918, cinque giorni dopo la fine della guerra, Gaeta aggiunse la quarta e ultima strofa: «Indietreggiò il nemico sino a Trieste, sino a Trento / e la vittoria sciolse le ali al vento». Anche dopo la guerra, la “Leggenda del Piave” rimase popolarissima e venne eseguita il 4 novembre 1921 all’inaugurazione del monumento al milite ignoto, al Vittoriano di Roma. Quell’anno Gaeta si sposò con Adelina Gaglianone, che gli era stata presentata da Eduardo Scarpetta, il commediografo padre di Eduardo, Peppino e Titina De Filippo.

Due anni dopo, però, venne licenziato dalle poste a causa della sua attività parallela di musicista. Gaeta si ritrovò in difficoltà economiche visto che la SIAE non gli riconosceva i diritti d’autore del “Piave”, perché considerò il testo come “inno nazionale” (anche se non ebbe mai ufficialmente questa qualifica) e quindi proprietà statale. Nel 1933, in una situazione sempre più grave, Gaeta chiese di essere riassunto alle poste e continuò a lavorare al ministero sino alla pensione. Gaeta morì il 24 giugno 1961. Enrico Demma, il primo interprete della canzone, morì nel 1975.

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Don Salvatore Lazzara

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