Congresso USA

Papa Francesco è il primo Pontefice a rivolgersi al Congresso degli Stati Uniti. San Giovanni Paolo II tenne un discorso al Parlamento polacco (1999). Per l’occasione, non mancò di richiamare la radici sociali della Polonia: “Il luogo in cui ci troviamo induce ad una profonda riflessione sull'uso responsabile, nella vita pubblica, del dono della libertà riacquistata e sulla necessità della cooperazione a favore del bene comune. Sia per noi di aiuto, in una riflessione di questo genere, il richiamare alla mente le eroiche testimonianze - piuttosto numerose negli ultimi due secoli - dell'aspirazione polacca ad un proprio Stato sovrano, che per molte generazioni dei nostri connazionali esistette soltanto nei sogni, nelle tradizioni familiari, nella preghiera. Ho in mente prima di tutto i tempi delle spartizioni e ad esse unita la lotta per riacquistare la Polonia perduta, cancellata dalla carta d'Europa. La mancanza di questa fondamentale struttura politica che forma la realtà sociale fu sempre, specialmente durante l'ultima guerra mondiale, così intensamente sentita da portare, in condizioni di mortale pericolo dell'esistenza biologica stessa della nazione, alla costituzione di uno Stato polacco clandestino, che non ebbe nulla di simile in tutta l'Europa occupata”.

Non mancarono i riferimenti al bene comune fondato sulla giustizia e sulla verità: “il servizio alla nazione deve essere orientato verso il bene comune, che garantisce il bene di ogni cittadino. Il Concilio Vaticano II si pronuncia a tal proposito in modo molto chiaro: «La comunità politica esiste (...) in funzione di quel bene comune nel quale essa trova significato e piena giustificazione e dal quale ricava il suo ordinamento giuridico, originario e proprio. Il bene comune si concreta nell'insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione» (Gaudium et spes, 74). «L'ordine sociale, pertanto, e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere il bene delle persone, giacché nell'ordinare le cose ci si deve adeguare all'ordine delle persone e non il contrario.(...) Quell'ordine è da sviluppare sempre più, è da fondarsi sulla verità, realizzarsi nella giustizia, deve essere vitalizzato dall'amore, deve trovare un equilibrio sempre più umano nella libertà”.

Nel 2002, Papa Woityla si rivolse al Parlamento italiano con il seguente appello: “(…) le sfide che stanno davanti ad uno Stato democratico esigono da tutti gli uomini e le donne di buona volontà, indipendentemente dall'opzione politica di ciascuno, una cooperazione solidale e generosa all'edificazione del bene comune della Nazione. Tale cooperazione, peraltro, non può prescindere dal riferimento ai fondamentali valori etici iscritti nella natura stessa dell'essere umano. Al riguardo, nella Lettera enciclica Veritatis splendor mettevo in guardia dal "rischio dell'alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità" (n. 101). Infatti, se non esiste nessuna verità ultima che guidi e orienti l'azione politica, annotavo in un'altra Lettera enciclica, la Centesimus annus, "le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia”.

Non mancarono i rifermenti in difesa della famiglia: “L'azione pastorale a favore della famiglia e dell'accoglienza della vita, e più in generale di un'esistenza aperta alla logica del dono di sé, sono il contributo che la Chiesa offre alla costruzione di una mentalità e di una cultura all'interno delle quali questa inversione di tendenza diventi possibile. Ma sono grandi anche gli spazi per un'iniziativa politica che, mantenendo fermo il riconoscimento dei diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, secondo il dettato della stessa Costituzione della Repubblica Italiana (cfr art. 29), renda socialmente ed economicamente meno onerose la generazione e l'educazione dei figli”.

Mentre Benedetto XVI, parlando davanti al parlamento tedesco (2011), richiamò i fondamenti del diritto secondo la Bibbia. In quell’occasione prese a paragone dal libro dei Re la storia di Salomone in occasione della sua intronizzazione a re d’Israele: “(…) la politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo senza il quale non potrebbe mai avere la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino.

Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? La richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi”.

Infine Papa Francesco prese la parola davanti al Parlamento Europeo a Strasburgo (2014): “il motto dell’Unione Europea è Unità nella diversità, ma l’unità non significa uniformità politica, economica, culturale, o di pensiero. In realtà ogni autentica unità vive della ricchezza delle diversità che la compongono: come una famiglia, che è tanto più unita quanto più ciascuno dei suoi componenti può essere fino in fondo sé stesso senza timore.

In tal senso, ritengo che l’Europa sia una famiglia di popoli, i quali potranno sentire vicine le istituzioni dell’Unione se esse sapranno sapientemente coniugare l’ideale dell’unità cui si anela alla diversità propria di ciascuno, valorizzando le singole tradizioni; prendendo coscienza della sua storia e delle sue radici; liberandosi dalle tante manipolazioni e dalle tante fobie. Mettere al centro la persona umana significa anzitutto lasciare che essa esprima liberamente il proprio volto e la propria creatività, sia a livello di singolo che di popolo.

D’altra parte, le peculiarità di ciascuno costituiscono un’autentica ricchezza nella misura in cui sono messe al servizio di tutti. Occorre ricordare sempre l’architettura propria dell’Unione Europea, basata sui principi di solidarietà e sussidiarietà, così che prevalga l’aiuto vicendevole e si possa camminare, animati da reciproca fiducia”.

Don Salvatore Lazzara
farodiroma.it

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