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La macchina governativa ha accelerato, con un certo disagio e stupore, l’approvazione del nuovo ddl sulle unioni civili che prevede la “stepchild adoption”, e di conseguenza l’apertura della pratica dell’utero in affitto, come nel precedente documento legislativo presentato dalla Cirinnà. Da dove nasce questa priorità assoluta?

E’ una domanda che andrebbe rivolta a chi preme da anni perché si giunga a questo risultato. La priorità è esclusivamente di natura ideologica, come affermano i sostenitori del ddl. Scrive l’on. Paola Concia - fonte insospettabile -, su Il Foglio del 7 luglio scorso:“(…) la legge contiene una piccola, per il momento necessaria, ipocrisia: è infatti una legge che di fatto introduce il matrimonio tra cittadini dello stesso sesso, ma senza dichiararlo esplicitamente (...). La legge adesso in discussione nel nostro Parlamento, che assomiglia alla legge in vigore in Germania, e ad altre leggi approvate in Francia, in Inghilterra e in Belgio, può essere considerata una specie di ‘cuscinetto’, un ponte: serve cioè a far capire che due persone dello stesso sesso possono essere benissimo considerate una famiglia. Una volta sperimentato che le unioni omosessuali (...) sono ‘famiglia’ (..) poi queste unioni vengono chiamate ‘matrimonio’, com’è accaduto in Inghilterra o in America per intervento della Corte suprema, vengono cioè equiparate anche sotto il profilo nominalistico. E si risolve così l’ipocrisia.” Ergo: il ddl Cirinnà introduce il matrimonio gay, quel che manca sarà aggiunto dai giudici! Con analoga chiarezza in una intervista a la Repubblica del 16 ottobre 2014 il sottosegretario del Governo Renzi on. Ivan Scalfarotto aveva affermato che “l’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik”. Non c’è dubbio che sia così: sono trascorsi due anni da quando la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha stabilito che nessun Paese europeo è obbligato a introdurre per le coppie omosessuali istituti simili al matrimonio; se però il singolo Stato provvede in tal senso, non può poi “discriminare” queste coppie, escludendo alcune opportunità, in primis l’adozione.

Si parla di incostituzionalità del ddl in quanto non passerà, come prevede la legge, per l’apposita commissione…

In realtà l’incostituzionalità attiene anzitutto al merito del ddl. Esso di fatto mette sullo stesso piano da un lato la famiglia fondata sul matrimonio, che la Costituzione considera in modo specifico in quanto rappresenta un bene per la comunità sociale, per la sua prosecuzione nel tempo e per il ruolo di sostegno che essa garantisce a chi ne fa parte, con disposizioni purtroppo in larga parte non attuate, e dall’altro la convivenza fra persone dello stesso sesso: i componenti di quest’ultima hanno certamente dei diritti individuali, che l’ordinamento già ampiamente riconosce. Ma l’unione same sex, in quanto non rivolta ad avere figli, non può essere equiparata alla responsabilità e all’impegno che gravano sulla prima. Detto questo, dubito che la Corte costituzionale giunga alla declaratoria di illegittimità del ddl Cirinnà, qualora fosse approvato.

Giovanardi ha dichiarato in merito alle posizioni del governo sul nuovo disegno di legge: “da oggi liberi di non dare fiducia a governo, se Pd decide di ignorare i propri alleati, ne accetti conseguenze”. Ci troviamo dinanzi a un bivio salutare per il futuro della famiglia, così come è voluta e sancita dalla Costituzione Italiana?

Ci troviamo di fronte a uno snodo cruciale, dal quale dipende molto dell’assetto dell’istituto familiare in Italia. Se, invece di articolare un reale welfare per la famiglia, si continua a disarticolarla con misure ostili non ci si deve meravigliare del crollo dei matrimoni e del decremento demografico sempre più accentuato. Si può dire che è in gioco non solo il futuro della famiglia, ma il futuro dell’Italia.

Quali prospettive per il futuro?

Oggi in Parlamento c’è un gruppo ristretto di senatori e di deputati che tengono ancora alle sorti della famiglia in Italia. Non c’è però nessuna forza politica che ritenga nei fatti e nei provvedimenti che propone che rilanciare la famiglia costituisca la priorità. Questo vuol dire che le famiglie italiane non sono rappresentate da nessuno, e che - come è accaduto il 20 giugno a Roma in piazza S. Giovanni - sono chiamate a far valere esse stesse direttamente la propria voce.

  a cura dello staff allaquerciadimamre.it

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Alfredo Manotvano-. Dal maggio 2013 è consigliere alla IV sezione penale della Corte di appello di Roma. In Parlamento dal 1996 al 2013, è stato Sottosegretario dell'Interno dal giugno 2001 al maggio 2006 e dal maggio 2008 al novembre 2011, con delega alla pubblica sicurezza, alla presidenza della Commissione sui programmi di protezione per collaboratori e testimoni di giustizia, al Commissario antiracket e antiusura, al Commissario sulle vittime della mafia e al Commissario sulle persone scomparse. Ha seguito la preparazione e l’approvazione delle varie leggi che cadono sotto il nome di “pacchetto sicurezza”, contenenti nuove norme in tema di contrasto alle mafie, di prevenzione dell’immigrazione clandestina e di sicurezza urbana, di prevenzione e contrasto alla droga. Ha contribuito, sul lato politico, all’azione in aree a rischio nota come “modello Caserta”. Ha coordinato i lavori del Comitato per l’Islam italiano. Ha pubblicato numerosi volumi, come unico autore o con altri autori. In Alleanza Cattolica dal 1976. Dal febbraio 2015 è presidente della sezione italiana della Fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che soffre. Dall’aprile 2015, e cioè dalla sua costituzione, è vicepresidente del Centro studi Rosario Livatino. Fa parte del Comitato Sì alla Famiglia e del Comitato Difendiamo i nostri figli.

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