Famiglia e Vita

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È in programma venerdì 8 a Roma la prima riunione della Presidenza Cei nel nuovo anno, che come sempre anticipa di alcuni giorni il Consiglio permanente (in calendario dal 25 al 27 gennaio). All’ordine del giorno ovviamente non risulta la questione della legge che sarà in discussione proprio in quei giorni al Senato, ma non si escludere che se ne possa parlare all’interno di temi inerenti la pastorale delle famiglie. Il giorno dell’Epifania, a margine della Messa celebrata a Genova, il presidente della Cei cardinale Angelo Bagnasco aveva ribadito ancora una volta che «nessun'altra istituzione deve assolutamente oscurare la realtà della famiglia con delle situazioni similari» perché questo «significa veramente compromettere il futuro dell'umano. Nessun'altra forma di convivenza di nucleo familiare, pur rispettabile, può assolutamente oscurare o indebolire la centralità della famiglia, nè sul piano sociologico, nè sul piano educativo. La Chiesa – aveva aggiunto Bagnasco – conferma la propria profonda convinzione verso la famiglia come il grembo della vita umana» e «come prima fondamentale scuola di vita, di umanità, di fede di virtù civiche, umane e religiose. Questa è l'esperienza universale che la Chiesa difende in ogni modo, per amore dell'uomo, della vita e dell'amore».

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La psicanalista Claude Halmos, una dei massimi esperti riconosciuti in età infantile, ha spiegato che è sbagliato affermare che le coppie omosessuali sono uguali a quelle etero, e «rivendicando il “diritto alla non differenza” richiedono che le coppie gay abbiano il diritto “come le coppie eterosessuali” di adottare bambini . Questo mi sembra un grave errore […]. I bambini che hanno bisogno di genitori di sesso diverso per crescere». La questione, ha scritto, non è se «gli omosessuali maschili o femminili sono “capaci” di allevare un bambino», ma essi non «possono essere equivalenti ai “genitori naturali” (necessariamente eterosessuali)». La differenza tra i sessi è un elemento essenziale della sua costruzione». Invece si vuole mettere il bambino «in un mondo dove “tutto” è possibile: dove gli uomini sono i “padri” e anche “mamme”, le donne “mamme” e anche “papà”. Un mondo magico, onnipotente, dove ciascuno armato con la sua bacchetta, può abolire i limiti», ma questo risulta essere «debilitante per i bambini». Essi si “costruiscono” attraverso «un “legame” tra il corpo e la psiche, e i sostenitori dell’adozione si dimenticano sempre il corpo. Il mondo che descrivono è astratto e disincarnato». Nella differenza sessuale, invece, «tutti possono trovare il loro posto […], consente al padre di prendere il suo posto come “portatore della legge […], permette al bambino di costruire la sua identità sessuale».

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Appagare i bisogni degli adulti viene prima del rispetto dei diritti dei minori?

A due giorni dall'uscita in libreria della sua autobiografia professionale, la Repubblica intervista Melita Cavallo, ultima Presidente del Tribunale dei Minori di Roma appena andata in pensione. La signora si è guadagnata l'onore delle cronache giudiziarie dell'ultimo anno e mezzo per essersi "inventata" (l'accusa è del presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli) la prima sentenza che ha permesso in Italia a una donna di essere riconosciuta come "seconda madre" legale di una bambina. A Repubblica dice che se ne avesse avuta occasione avrebbe riconosciuto anche "secondi padri" a bambini avuti tramite utero in affitto, perché "se è giusto donare un rene a un'amica che così sopravviverà, dov'è lo scandalo di far nascere un bambino con l'utero di un'altra"? È così che scopriamo che chi ha presieduto il più grande organo giudiziario d'Italia preposto alla tutela dei bambini non considera questi ultimi diversi da un organo qualsiasi del corpo umano, che si può vendere ad altri per curare le loro necessità psicologiche ed esistenziali. Questa è la base ideologica su cui è stata costruita la sentenza inventata di cui abbiamo già parlato. 

cavallo11La Cavallo sostiene di essere d'accordo all'adozione da parte di una coppia di padri omosessuali, anche perché - afferma - sono i legami affettivi che contano. L'affetto è diventato ormai il passe-partout per consentire ciò che non è ragionevole consentire. È significativa a tal proposito l'ultima frase del giudice in pensione; alla domanda: La famiglia italiana può farcela? La Cavallo risponde: "Le famiglie dovremmo dire. Sì. Purché la società ne accetti la metamorfosi." Tale conclusione è un vero e proprio programma politico di cui la magistrata è stata una delle più intraprendenti protagoniste. Le affermazioni dell'ex Presidente del Tribunale dei Minori di Roma evidenziano il chiaro profilo tecnocratico della sua attività giudiziaria, che ha avuto uno scopo preminente: propiziare una metamorfosi sociale e giudiziaria della famiglia. È desolante costatare come si usi il diritto per imporre alla società scelte ideologiche che non le sono proprie. Pensate quanti danni avrà fatto questa signora. La sua logica giuridica è tutta in questo esempio -dal sapore non contestabile perché farcito con la pietà umana-, "dono del rene= utero in affitto", due cose che non hanno nessuna connessione logica né giuridica, manco remota. Constatare che una signora ha già sentenziato praticando la giustizia, è assai preoccupante. 

Come lavorano i tribunali dei minori-. Certe prese di posizione da parte dei giudici minorili sull'utero in affitto e sull'adozione gay non sorprendono se uno ha un po' di conoscenza di come (non) funzionano queste istituzioni e del basso livello di competenza che li caratterizza. Vi racconto un episodio, nemmeno il più grave di quelli di cui sono a conoscenza: Un tribunale dei minori dispone l'affido di un bambino di 5 anni al momento ospitato in un istituto. I servizi sociali vengono incaricati di trovare una famiglia affidataria. La famiglia viene trovata, ma come si può facilmente capire, i bambini non sono pacchi postali, per cui prima di trasferire il minore nella abitazione degli affidatari occorre un periodo piuttosto lungo in cui i questi fanno visita al bambino, poi escono con lui,  lo portano a casa loro per qualche giorno e infine se tutto va per il meglio il bambino va ad abitare presso la casa dei genitori affidatari. Come minimo sono necessari un paio di mesi. Così infatti avviene. Però  pochi giorni dall'avvenuto trasferimento viene comunicato ai servizi sociali che l'affido è sospeso in quanto dei parenti del bambino che fino ad allora non avevano mostrato interesse, avevano presentato un ricorso. Il bambino deve essere riportato all'istituto in attesa di una nuova sentenza. Potete facilmente immaginare come questa situazione sia traumatica! Ma la cosa grave e scandalosa è che il giudice sapeva del ricorso, ma si è guardato bene dal comunicarlo ai servizi sociali che avrebbero potuto rallentare o sospendere il percorso dell'affido. Non solo, ma anche dopo aver preso la decisione di sospendere l'affido, il giudice si è preso tutti i 10 giorni di legge per depositare il provvedimento in cancelleria per poi comunicarlo ai servizi. Sarebbe bastata una telefonata, un po' di consapevolezza del proprio ruolo per evitare una situazione di questo tipo. 

Con le notizie di questi ultimi giorni, dove delle madri in attesa della nascita del loro figlio hanno perso la vita, questo dimostra cosa è realmente una gravidanza per una donna. E’  donare se stessa per il bambino, anche con il rischio della vita. Come possiamo accettare che la donna sia considerata solo un mezzo di procreazione per il piacere e l'egoismo di altri a discapito del suo diritto di donna? L'Uomo e la Donna, sono l'uno il dono reciproco per l'altro, quel dono che insieme scaturisce nel compimento della vita con la nascita di un figlio. Il figlio non è un oggetto che si compra come al supermercato, con tanto di libretto di garanzia, sfruttando la situazione di povertà degli altri, facendosi forti del potere del denaro  come unico punto di riferimento. 

“Non v'è animale più cattivo dell'uomo senza legge”, diceva Girolamo Savonarola. È incredibile come, in un Italia stretta fra crisi, tasse e disoccupazione, a un certo punto, improvvisamente, la priorità di un gruppo di politici e parlamentari, tra cui il Presidente del Consiglio, diventi il varo di una legge, chiamata '‪‎unioni civili‬', che ad altro non serve se non a mettere in vendita i bambini prodotti nell’utero di una donna considerata incubatrice. Quali pressioni sta subendo il nostro Paese? Da chi, da dove? Tutto per il ‪business‬? Sono condizioni imposte o proposte per ottenere quale ricambio? Quali vantaggi? Presidente Mattarella, ci spieghi una cosa: ma se i cittadini della Repubblica sono tutti uguali, perché qualcuno può venir legalmente privato di uno o più genitori? Possibile che Lei non ha abbia da dire? 

 

a cura di: Filippo Savarese, Gennaro Rossi, Frank Gordon, Paola Desolati, Eleazaro Querci

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I disastri ideologici di un magistrato in pensione, per normalizzare la pratica dell'utero in affitto, è un affronto alla democrazia, ma alla struttura antropologica dell'uomo, così come è stata voluta dalla natura, per regolare la vita. Mesi addietro, quando un magistrato si è permesso di sostenere la famiglia uomo-donna-bambino, i media del politicamente corretto, lo hanno per giorni interi linciato e massacrato, perchè colpevole di ricordare a tutti la verità. Oggi addirittura, usando vocaboli e frasi ad effetto, dal solito giornale di regime, letto da migliaia di italiani, viene definita "giudice coraggio", colei che legittima il grande commercio di milioni di euro della maternità comprata: cioè è normale trafficare l'utero perchè così si fa anche con i reni, e quindi non c'è nulla di sospetto se una donna decide di "donarlo" ad un'altra coppia. Anzi tutto è bello. Normale. Filantropico! Con grande chiarezza la giudice dichiara legittimo tutto: stepchild adoption, omogenitorialità e utero in affitto. Roba che fa rabbrividire. Quelle pratiche sono tutte contro la legge, la "giudice-coraggio" ribalta la legge ideologicamente perché così lei ha deciso. Il Parlamento sta discutendo? Chi se ne frega.
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«Noi rifiutiamo di considerare la "maternità surrogata" un atto di libertà o di amore. In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l'altrove è qui: "committenti" italiani possono trovare in altri Paesi una donna che "porti" un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione. Una madre non è un forno. Abbiamo sempre detto che il rapporto tra il bambino e la mamma è una relazione che si crea. Concepire che il diritto di avere un figlio possa portarti all'uso del corpo di donne che spesso non hanno i mezzi, che per questo vendono i loro bambini, riconduce la donna e la maternità a un rapporto non culturale, non profondo. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce. Siamo favorevoli al pieno riconoscimento dei diritti civili per lesbiche e gay, ma diciamo a tutti, anche agli eterosessuali: il desiderio di figli non può diventare un diritto da affermare a ogni costo» (Clicca qui per leggere tutto il testo).

Non è Adinolfi.
Non è Miriano.
Non è Giovanardi.
Non è "come dice papa Francesco".
Non è Camillo card. Ruini.

Sono 150 femministe italiane che firmano questo appello contro l'utero in affitto (oggi contestato su Repubblica da Michela Marzano, elemento che corrobora ulteriormente la posizione delle femministe unite). Come dire: anche nel femminismo, oltre i miasmi di una cultura ideologica, manichea, inutilmente competitiva, qualcosa si muove. C'è chi è intellettualmente onesto ed è disponibile a vedere laicamente le evidenze, oltre ogni ubriacatura figlia del conformismo modaiolo. Usando la ragione, il buon senso, senza buttarla in caciara, senza dare la patente dell'estremista a chi sta dall'altra parte, senza creare derby scemi tra laico e credenti, ("cattofascista"), senza psicotizzazioni cretine ("omofobico"). La ragione. Basta la ragione per dire che va ribadito il no all'utero in affitto e alle leggi che di fatto lo introducono surrettiziamente.

Gennaro Rossi 

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